L'Arte

GIUSEPPE GABBIANI - 1862-1933



La vita        
I dipinti      

  - Testo critico a cura di Giusy Caroppo - Elaborazione grafica: Pasquale Napolitano 

La produzione di G. Gabbiani avviene in due periodi ben distinti[1]:

·       quello giovanile, fino al 1886 circa, caratterizzato da vedute barlettane e paesaggi pugliesi, nitidi e tersi, con un amabile tocco naif;

·       quello che si può definire “napoletano” della maturità, a partire dal 1898 quando, dopo un lungo periodo di crisi e di malattia in seguito alla morte della giovane moglie e del figlioletto, trasferitosi stabilmente a Napoli, torna all’arte cimentandosi  con una pittura popolaregiante sulla scia di Salvatore Postiglione[2] e Vincenzo Tallarico.

  ·       Testimonianza del primo periodo del pittore sono alcuni ritratti ad olio ed a pastello, colorati e monocromi.

 Il Ritratto di Giacomo Isnardi (S.N. 1) del 1870 è da considerarsi il primo della serie, eseguito da G.Gabbiani “dal vero”, come sottolinea il pittore stesso all’atto della donazione; il giovane artista, di soli 18 anni, si attiene strettamente ai dettami classici del suo maestro Giovanni Battista Calò[3]: curato nei particolari, quasi minuzioso nel rendere con delle svirgolettate di colore la lunga barba del personaggio ritratto, gioca su toni scuri nel resto del dipinto, facendo in modo che questo particolare luminoso sia la sintesi della personalità dell’uomo, di alto rango e cultura.

A questa prima prova vanno ad aggiungersi i ritratti dello scultore Raffaele Calò e del pittore Giambattista Calò (SS. N. 2,3), un Ritratto virile di ignoto (S. N. 4) oltre ai più interessanti ritratti a pastello monocromo del padre Giambattista Gabbiani (S. N. 46), del clinico Domenico Lobello (S.N. 45) e di Paolo Napoletano (S.N. 47) e quelli ufficiali realizzati in onore di Re Umberto I (S.N. 43), della Regina Margherita (S.N.44), di Vittorio Emanuele II (S.N. 48).

·       Dopo il trasferimento del D’Annunzio a Napoli nel 1891, grande sostenitore dell’arte dell’abruzzese Francesco Paolo Michetti[4] e del napoletano Eduardo Dalbono[5], vi fu il trionfo degli eredi del morellismo e di una pittura che, senza mai aderire al simbolismo, si era ormai lasciata alle spalle il verismo e ricercava fatture raffinate, spesso realizzate a pastello.

Questo genere, fino a pochi decenni prima considerato minore, conobbe un grande successo soprattutto dopo che De Nittis lo aveva reso popolare in Francia a partire dal 1876, contagiando con questa moda lo stesso Degas, che soggiornò spesso a Napoli. Di qui una straordinaria rivalutazione e diffusione anche nell’ambiente artistico partenopeo, dove i ritratti a pastello di Gaetano Esposito o Guglielmo De Sanctis o i paesaggi di Giuseppe Casciaro riscossero enorme successo.[6]

Anche Gabbiani rimarrà affascinato da questa tecnica, rivelando grande propensione nelle raffigurazioni dal vero in cui rivelerà maggiore originalità e sapienza di stile che non nella ritrattistica ad olio, tanto da dedicarsi spesso anche alla realizzazione di pastelli monocromi, dove fondamentale sarà la sicurezza del segno ed una ricerca tonale nella definizione della figura.

·       Migliore esempio dello stile espresso nel ritratto maschile del periodo napoletano, sia monocromo che colorato, è il vivace pastello Civilizzato - Il moro (S.N. 5) datato 1896, che valse all’autore la segnalazione e l’illustrazione nella rivista ufficiale e nel catalogo dell’Esposizione Gentile di Torino del 1898: è un simpatico e curioso ritratto di un uomo di colore “civilizzato”, ovvero che ha smesso gli abiti da “selvaggio”, ha assunto quelli da uomo di affari benestante.

Curioso il titolo dell’opera, abile la tecnica usata: l’artista riesce a fondere il tutto in un aria addolcita dalla modulazione dei toni chiari posti in un indovinato contrasto con quelli scuri. Pochi tocchi di bianco segnano i particolari da mettere in risalto sulla carnagione bruna, rendendo il protagonista vivo e non statico, aiutato anche dall’atteggiamento informale scelto dall’autore per ritrarlo.

·       Del 1898/99 è il pastello colorato Ragazza napoletana-studio dal vero (S.N. 7) che, insieme ai molteplici ritratti della “Nenna”, e alle raffigurazioni di nudi femminili a cui accompagnava titoli aulici e romanticheggianti, oltre a personaggi tratti dal popolo,  arricchisce il corpus delle opere del periodo napoletano.

Nel delicato ritratto l’artista esprime maggiore dolcezza e finezza nel tratto e nell’atmosfera, che ben si adattano al soggetto: una raffinata signorina d’alto rango e non una eccentrica sciantosa.

Sebbene non sia originale nella posa ed inquadratura, possiamo dare atto al Gabbiani della qualità dello stile ormai maturo e sapiente raggiunto nell’uso della nuova tecnica: una lavorazione non a segni paralleli ma trasversali, modulati nei toni, tanto da ottenere una resa uniforme nell’incarnato, fusa e rischiarata da piccoli tratti di luce sul naso affilato, sul mento prominente e sulle labbra; tocco di finezza, infine, i capelli disegnati con punte sottili, dalla resa minuziosa.

A contrastare la raffinatezza del pastello appena descritto è il gruppo di poco successivo: Pensando a cose che non son terrene (S.N. 8), Rimembranze (S.N. 9), Ebbrezza (S.N. 10), Dolce abbandono (S.N. 11), opere in cui sebbene ci sia l’intenzione di elevare le tematiche rappresentate con titoli d’atmosfera petrarchesca, la fisicità delle donne raffigurate nulla offre all’immaginazione.

Nella prima la fulva modella svela letteralmente le sue grazie, il seno giovane e rotondo, la carnagione rosea, ed è abbandonata su di una poltrona con l’espressione in bilico tra l’esausto e l’ammiccante.

Potremmo azzardare che l’autore si sia fatto trascinare dalla moda fien de siècle di rappresentare modelle dai lunghi capelli rossi e fluenti, come il grande Giulio Aristide Sartorio, memori di un’atmosfera preraffaellita e decadente.

Lo stile del Gabbiani nell’uso del pastello si presenta, come nell’opera Ritratto di ragazza napoletana (S.N. 7), sapiente nella modulazione dei toni dell’incarnato e nella rappresentazione della fantasia della seta della stoffa azzurra.

In questo gruppo di opere si apprezza lo sforzo del pittore nel voler rendere un tema scontato, ovvero la rappresentazione di una modella in un interno, con uno stile più aperto al nuovo, con l’uso di contrasti di colore abbastanza arditi: il bordeaux del fondo, l’azzurro della poltrona, il rosa cangiante dell’incarnato, risultando tuttavia privo della freschezza dei colori accesi che avrebbe potuto desumere dalle influenze dell’ambiente artistico napoletano[7] in cui viveva, nonché della spontaneità del segno, relegando opere come ad uno stile di maniera, spersonalizzato.

·       La modista, chiamata da lui confidenzialmente “Musette”, sua modella preferita sarà raffigurata nei dipinti e pastelli forse più apprezzati dai contemporanei, di cui il più noto è A capa Nenna: numerosi ritratti in cui la giovane donna assume trasformazioni diverse: personificherà se stessa in déshabillé in Dolce abbandono (S. N. 11), sarà informale in A cchiù bella nenna ‘e Piedigrotta (S.N. 16), eccentricamente abbigliata in Nenna (S.N. 15), travestita da sciantosa in Sempe Nannina so! (S.N. 13); L’ ”Azzeccusella” (donata al Re Vittorio Emanuele III), l’unica a non essere conservata nel Museo Civico di Barletta, venne eseguita con la stessa modella.

·       Il quadro “A capa nenna” fu esposto per conto del governo italiano all’Esposizione Unioverale di St. Luis, riscuotendo successo presso l’allora Presidente degli S. U. T. Roosewelt, durante la visita del padiglione italiano, l’11 nov. del 1904.

Il dipinto oltre ad avere per l’autore un valore affettivo del tutto particolare, in quanto non è mai stato nè venduto o donato, è sicuramente quello di maggior successo e, come afferma lo stesso autore, “ha fatto il giro del mondo” [8], aggiudicandosi al Salon di Bruxelles del 1907 la medaglia d’oro.

Lo stile dell’olio A capa Nenna (S. N. 12) appare particolarmente personale e si avvicina, specie nella trattazione del fondo verde, ai dipinti di tema paesaggistico raffiguranti diversi spunti tratti dalla zona di Torre del Greco, località in cui il pittore Gabbiani soggiornava per buona parte dell’anno (risiedeva a Napoli dal 1 dicembre al 31 luglio e a Barletta dal 1 agosto al 30 novembre).

Si tratta di un dipinto certamente più meditato: quell’inclinazione del capo in altre rappresentazioni spesso forzata, è più equilibrata, più naturale, così come la modulazione dei toni, privi di contrasti netti o troppo spenti, caratteristica cromatica spesso dovuta all’eccessiva mescolanza dei colori.

La qualità dell’opera perciò convalida il successo ottenuto nell’ambito dei gusti più commerciali quali erano quelli dei frequentatori della Galleria Colonna o delle Esposizioni Universali, dove spesso ad conquistare meriti erano le opere in cui più facile era riconoscersi o che stilisticamente non uscivano da schemi già rodati; successo di pubblico confermato dal contemporaneo negoziante d’arte Luigi Lamberti, come riportato in “Echi e Commenti”, che affermerà: “Il risultato della vendita delle vostre belle opere attesta la vostra indiscussa valentia”.

·       E davvero numerose furono le testimonianze di affetto espresse nei numerosi telegrammi e lettere ricevute dal Gabbiani in occasione della sua prima personale che accreditano la sua fama di artista stimato; risultano maggiormente apprezzati proprio i ritratti femminili e  ‘A capa Nenna in particolare: la “simpatica A capa Nenna” (F.P. Diodati, pittore), “La Capa Nenna, ... capolavoro ed un capolavoro della possente arte meridionale” (sig.ra C. Di Giacomo- Gallozzi), “G. Gabbiani un autentico maestro della scuola pittorica napoletana” (Libero Bovio).  E, a chiusura della mostra, Gustavo di Giacomo scriverà: ”... tutti gli artisti ed i napoletani ricorderanno sempre la visione degli occhi pensosi di A capa nenna e il fascino che emana da questo magnifico vostro quadro, nel quale la divina vostra Napoli vive, canta e palpita! Il suggestivo pezzo d’arte bene ha meritato le medaglie d’oro e d’argento dei Governi e il posto di onore in Gallerie d’Arte moderna, poichè esso è il compendio trionfatore della Vostra forza di disegno e di colore - che è peculiare virtù dei maestri meridionali tra i quali Voi, pur solitario, pensoso e modestissimo conservate un alto posto...”. [9]

·       Completamente trasformata ritroviamo la modella nel ritratto della sciantosa Sempe Nannina so’ (S.N. 13). - “La sempe Nannina so...”, quella giovane modista, o meglio quel bocciolo di rosa che un dì scovai nel quartiere di S Giuseppe; e, nel quadro la trasformai in canzonettista, sol per essere fedele allo spirito della geniale canzonetta “A sciantosa”, scritta musicata ed illustrata nell’anno 1898, dai miei compianti amici, il Capurro, il Gambardella e lo Scoppetta.

Sono le parole espresse dallo stesso autore Gabbiani negli “Echi e Commenti” alla Mostra personale tenutasi presso la Galleria Corona nel dicembre 1925.

“ Dipingere per dipingere”, Virtuosismo dunque? No. La tecnica di Giuseppe Gabbiani è un mezzo non un fine; nell’arte di questo maestro, Arte ora possente, ora squisita vi è sempre un’anima che sogna, un cuore che anela...”. Parole più vere non poteva esprimere che un amico e intenditore, L. Postiglione. [10]

Il sentimento e la vera anima di Napoli e dei napoletani è espressa in questo pastello, ricco di colore e spontaneità, lontano dall’insegnamento del Calò, statico e ortodosso, vicino ormai al venerato maestro Salvatore Postiglione[11] depositario dell’anima napoletana nella pittura popolareggiante che gli suggerisce ormai l’uso di una tavolozza calda e pastosa, come già i suoi contemporanei poterono ammirare.

Ma il tema preponderante di molti ritratti femminili è il sincero sorriso e splendide sono a questo proposito le parole spresse da un suo estimatore, il dott. Giovanni Brombeis: ”L’amore e l’ebbrezza dei sensi, l’assertismo e la sua astrazione dalla vita terrena sono mirabilmente soffuse dal Gabbiani sul riso delle sue donne. Il Gabbiani è un forte padrone dell’anatomia del corpo umano e un fine conoscitore degli atteggiamenti che in esso suscitano le varie passioni che vincono l’animo umano. Una è la donna dipinta in tutte le sue tele; ma in ogni tela è un riso diverso, soffuso d’una luce diversa, che gli dà l’esaltazione d’amore, o romantica o religiosa”.[12]

·       Il Ritratto di vecchia (S.N. 19), Sonno felice (S.N. 18)  e la Contadina di Afragola (S.N. 17) sono da ascrivere tra i temi popolareggianti, scelti sotto l’influsso dell’amicizia col pittore Salvatore Postiglione, sebbene il Gabbiani tratti la raffigurazione, nel caso dell’anziana donna, con una impostazione più convenzionale e con colori più cupi, quasi riportandosi allo stile dei suoi primi lavori (cfr. Ritratto di Maria Parrilli, S.N. 6).

Tipico tema popolareggiante è il sonno del neonato tra le braccia della mamma ispiratore del pastello Sonno felice, ancor di più perché si tratta di una figura umile e modesta come quella di una contadina o una zingara.

Le due opere raffiguranti la medesima protagonista (SS. N. 17/18) si distinguono per la tecnica usata: l’olio nella prima, il pastello nella seconda. Proprio l’uso del pastello rende la materia ancora più leggera, i segni più vivaci e amalgamati ta loro; la figura del piccolo, resa quasi come un’apparizione, si sfalda nell’angolo in basso e, nella logica della composizione, diviene ancora una volta pretesto per favorire la rappresentazione dello stato d’animo della madre, tutto concentrato negli occhi bassi e nelle labbra socchiuse da cui pare uscire flebile una ninnananna.

Il sentimento reale espresso con la presa deal vero è marchio di buona fede dell’autore, benché il condensato romanticheggiante e popolareggiante bene si sposava con il gusto più commerciale corrente, finanche nel primo ‘900 attestato dalla presenza dell’opera all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma del 1908.

·       Il successo della pittura pseudo-popolare o popolareggiante rappresentava il trionfo del gusto particolare della borghesia che, attraverso una certa retorica degli stracci, esorcizzava il problema della miseria autentica, pacificando la propria coscienza. Questo filone durò fino agli anni ottanta ed oltre, appunto; una pittura, quella di Biagio Molinari, Califano Mundo,  Giuseppe Costantini, Vincenzo Montefusco e il più noto e ancora giovane Vittorio Caprile, solo apparentemente realistica; essa si compiaceva di descrizioni minute, di scene di vecchi e bambini ambientate per lo più in interni, indagati con i loro poveri arredi e le loro misere suppellettili; una pittura spesso non disprezzabile per qualità, ma con il torto di aver perso una presa autentica sulla realtà, intento che il nostro Gabbiani manterrà fino alla fine, mettendo in second’ordine la poetica degli stracci e favorendo la costante presa dal vero dei soggetti.

·       Di diverso tenore e ambientazione è l’olio Nello studio (S.N. 20) del 1899, che risente tuttavia di ulteriori influssi di stampo meridionale.

L’ispirazione gli viene certamente dai numerosi dipinti con immagini di donne intente nella lettura o in lavori femminili ritratte in interni borghesi, cari alla migliore tradizione della pitttura napoletana, primi fra tutti quelli di GioacchinoToma [13], opere vicine naturalmente per tema, ma lontane per qualità e originalità.

 

  ·       Scorci della città natale, Barletta, e della terra che lo vedrà crescere artisticamente, Napoli, sono il tema dominante di olii e disegni a tema paesaggistico, con piccole digressioni a favore di spunti tratti da vedute venete e campestri.

·       Il cielo chiaro della terra pugliese sebbene segnato da bianche nuvole di passaggio appare in tutta la sua luminosità nella Veduta esterna della cattedrale di Barletta (S.N. 21). La luce tersa e pulita utile a definire nettamente i contorni fa di quest’olio un perfetta istantanea, pulita luminosa ed essenziale, di uno scorcio della città vecchia: la cattedrale punto cruciale del centro storico, della tradizione religiosa, in cui ogni anno una processione conduce dal Santuario fuori porta la Patrona della città, la Madonna dello Sterpeto. Memoria storica di una fabbrica ricca di architettura elavata, tra il gotico e il romanico, con le sue decorazioni di grottesche. L’imponente ed elegante rosone centrale, oggi momentaneamente asportato per motivi di restauro, insieme agli altri ornamenti scultorei, nell’olio del Gabbiani è descritto minuziosamente e con amore da barlettano.

Ed è apprezzabile inoltre quel gusto originale e naif nel descrivere i panni svolazzanti, i gabbiani liberi nel cielo e un omino la cui figura è semplificata all’estremo, originale rispetto all’insegnamento ortodosso che il pittore aveva ricevuto dal maestro Giovanni Battista Calò.

L’originale Paese Margherita di Savoia, oggi a Roma nelle Gallerie del Quirinale, donata dal pittore alla regina Margherita in onore della quale la località era stata ribattezzata nel 1879, rappresenta una rarità nell’iconografia del paesaggismo pugliese, in quanto anche il De Nittis si era cimentato in un tema analogo in un piccolo dipinto dei primi anni sessanta, dedicato al fratello.

La vita        
I dipinti      
 


[1] cfr. C. F. Sperken,  p. 45/46.

[2] Artista stimato dai suoi contemporanei, morì all’età di quarantacinque anni.

Figlio d’arte, suo padre sosteneva la famiglia dipingendo quadri religiosi; ma alla sua precoce scomparsa, poco più che ventenne, lo lasciò a capo della numerosa famiglia. Salvatore frequentò per breve tempo l’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove ebbe tra i maestri suo zio Raffaele, valente e stimato disegnatore, studioso delle opere di Raffaello. Tuttavia il giovane fu attratto maggiormente dalla grande pittura del Seicento e, come afferma il Dalbono nel suo profilo critico, “egli sentiva Rubens nell’anima sua” (cfr. “La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”, a cura di B. Croce, Laterza, Bari, 1915, p. 143): infatti anche nellle tele meno riuscite mostrerà uno slancio vivissimo, un chiaroscuro potente, la preoccupazione della freschezza delle tinte e delle pennellate, il desiderio di risolvere l’accordo sui bruni o sui rossi, sulla base di carnagioni pallide.

E fu infaticabile: pur malato, tremante, balbuziente, produsse instancabilmente per sostenere la numerosa famiglia, passando dai ritratti popolareggianti dei marinai che scendevano al porto dalle navi estere, pagati poche lire, ai dipinti per le esposizioni di Germania, intento a soddisfare le richieste che gli giungevano da Berlino, Dusseldorf, Firenze e Corfù perfino dall’Imperatrice d’Austria, piegandosi spesso a soggetti non confacenti alla sua indole, pur di seguire il vento di questa o quella esposizione.

Il suo punto di forza furono i ritratti femminili o le mezze figure a soggetto (numerose le raffigurazioni di “monacelle”, come in Suor Teresa, ne Le preci, nell’ Adelaide di Savoia); in queste opere, dal potente chiaroscuro, sempre piene di vita e ricche di colore e di effetto aveva, a ragione, preso il posto di un altro celebre ritrattista, Achille Tallarico.

Ritratti esuberanti di vita, colore e poesia; teste dipinte con frescezza e franchezza e incisività nei lineamenti.

Grande rilievo dava poi agli accordi di colore: ad esempio laddove vi erano papaveri rossi, sceglieva un fondo ugualmente rosso, spesso in contrasto con la voluttuosa stoffa bianca dell’abito delle modelle.

Si deve perciò concordare con lo stesso Dalbono il quale, nella commemorazione letta nell’Istituto di Belle Arti di Napoli il 24 Maggio del 1907, sosteneva del Postiglione l’originalità stilistica: “questo artista non é scolaro di nessuno. Niiente Palizzi, niente Morelli, niente Fortuny”. Originalità e freschezza che doveva aver colpito l’amico Giuseppe Gabbiani che ne fece il suo secondo maestro, ricordando egli stesso in “Echi e Commenti”: “...i maestri insigni, di grata memoria, Giambattista Calò e Salvatore Postiglione ai quali, dopo l’Ente Supremo, devo l’esito della mia carriera.”

 

[3] Giovanni Battista Calò (Barletta 1832 - 1895)

Di salute cagionevole, dopo gli studi all’Istituto di Belle Arti di Napoli dove frequenta i corsi di Giuseppe Mancinelli, è costretto a ritornare nella sua città natale dove insegnerà disegno nella scuola tecnica locale e dove la sua rilevante capacità didattica darà vigore all’ottima predisposizione dei suoi allievi G. De Nittis, Vincenzo De Stefano, Raffaele Girondi e lo stesso Gabbiani.

I suoi dipinti conservati nel museo di Barletta Zampognaro e figlia del 1859/60 e Autoritratto del 1858 sono caratterizzati da una notevole propensione per il disegno e la resa plastica delle figure; elementi stilistici che lo renderanno perciò maggiormente stimato come ritrattista di elevata qualità (a Barletta sono raccolti sette suoi ritratti) che come paesaggista; tematica, quella del paesaggio, da lui solo sfiorata (si ricorda la Veduta del ponte vecchio sull’Ofanto, di notevole resa prospettica) e tuttalpiù usata come sfondo per raffigurazioni più complesse (v. la rappresentazione di una scena della Disfida per il Sipario del Teatro Curci di Barletta).

cfr. Christine Farese Sperken, La pittura dell’Ottocento in Puglia - I protagonisti, le opere, i luoghi, Mario Adda Editore, Bari 1996, pp. 34,186.

 

[4] Francesco Paolo Michetti (Tocco Casauria-PE,1851/Francavilla a Mare-CH, 1929)

Nel 1874 venuto a contatto col Fortuny, si lascia influenzare dal rinnovamento nell’uso del colore e del tono ed a partire dal 1877 la ricerca nel campo del colore provoca l’adozione del pastello, tecnica cui fu avviato dal Dalbono, anche sulla scia della moda inaugurata dal De Nittis. Nascono così l’Autoritratto (Napoli, Banco di Napoli) realizzato con l’aiuto di alcuni studi fotografici e tutti i ritratti appartenuti alla collezione Frugone (ora a Nervi, villa Serra).

cfr. saggio di Mariantonietta Picone

“La pittura dell’Ottocento nell’Italia meridionale dal 1848 alla fine del secolo”,

in La pittura in Italia, L’Ottocento, Tomo II, Electa, MI, 1991 , p. 917.

[5] Eduardo Dalbono (Napoli, 1841-1915)

Figlio del colto Carlo Tito, impiegato dei vapori postali, e di una poetessa romana, Virginia Garelli, fu condotto spesso dal padre a seguirlo nei frequenti viaggi, che generarono in lui l’interesse per la bozzettistica, utilizzata inoltre per illustrare le tradizioni popolari ricordate dal padre nei suoi scritti che avevano come oggetto le usanze ed i costumi popolari.

Fu attratto perciò nei dipinti giovanili sia dalle tematiche storiche che dalla pittura di genere folkloristico o di paesaggio, quest’ultima derivata dalla scuola di Posillipo e dalla frequentazione dello stimato Nicola Palizzi; i contatti con la scuola lo portarono ad uno spiccato interesse per l’acquerello in cui rivelò una profonda conoscenza del Giacinto Gigante acquerellista, accentuatasi con la conoscenza di Mariano Fortuny e della sua pittura a tocchi virtuosi.

Con l’opera La leggenda delle sirene ebbe poi  inizio una vasta produzione di opere decorative, con i criteri del “dipingere poetizzato” che trovarono lunga fortuna specie in Francia dove soggiornò tra il 1878 e il 1888 e dove aveva intrapreso un rapporto col mercante Goupil, colpito dalle sue opere I vongolari e La pesca felice***, mediato anche da Giuseppe De Nittis.

Grande amico e collega del Gabbiani, come l’artista barlettano realizzerà opere che hanno come tema la marina di Mergellina, località dove si era trasferito per motivi di salute della  moglie. Dopo un soggiorno in Veneto e Venezia, anche questo divenne dai primi anni ottanta uno dei suoi soggetti pittoreschi (nel 1881 presenta alla “Promotrice napoletana” Campanile di San Zeno e Porta di San Zeno a Verona, accanto ad uno studio di nuvole  e di pioggia, continuando ad esporre a Napoli nel 1888, nel 1891,  nel1897.

Come Gabbiani esporrà a Saint Luis nel 1904, e sarà molto apprezzato da Salvatore di Giacomo che gli affiderà l’illustrazione di alcune poesie; inoltre scrisse commemorazioni in morte del Morelli e del Gerome e alcuni suoi scritti furono raccolti insieme ad altri del Morelli in La scuola napoletana di pittura nel secolo decimonono, a cura di Benedetto Croce, saggio pubblicato a Bari nel 1915.

Fu il Gabbiani ad organizzare due mostre postume delle opere del Dalbono nel 1918 e nel 1923 per concessione della vedova dell’artista napoletano, la musicista Adelina D’Arienzo.

 

 

[6] cfr.  E. Giannelli - pref. di Edoardo Dalbono,

Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori, incisori ed architetti...

Centosettantuno ritratti di artisti, Tip. Melfi e Joele, Napoli 1916, p. 179.

cfr.” La pittura in Italia”, L’ottocento, p. 514.

[7]Scriveva Edoardo Dalbono a proposito di Domenico Morelli e della pittura inaugurata dalla scuola di Posillipo: -”...ecco, dunque tutto un nuovo dizionario di termini scaraventarsi nel modo della pittura: “la luce”, “il vero”, “l’impressione”, “la macchia”, “il tono”, “il valore”, “la distanza”....”-

cfr. D. Morelli - E. Dalbono,

“La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”,

a cura di Benedetto Croce, Laterza, Bari, 1915, p. 84.

 

[8] cfr. Echi e Commenti,  p. 147

[9] cfr. Echi e Commenti, pp. 102-103.

 

[10] cfr. Echi e Commenti, p. 53.

[11] Salvatore Postiglione

Artista stimato dai suoi contemporanei, morì all’età di quarantacinque anni.

Figlio d’arte, suo padre sosteneva la famiglia dipingendo quadri religiosi; ma alla sua precoce scomparsa, poco più che ventenne, lo lasciò a capo della numerosa famiglia. Salvatore frequentò per breve tempo l’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove ebbe tra i maestri suo zio Raffaele, valente e stimato disegnatore, studioso delle opere di Raffaello. Tuttavia il giovane fu attratto maggiormente dalla grande pittura del Seicento e come afferma il Dalbono nel suo profilo critico “egli sentiva Rubens nell’anima sua” (cfr. “La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”, a cura di B. Croce, Laterza, Bari, 1915, p. 143): infatti anche nellle tele meno riuscite mostrerà uno slancio vivissimo, un chiaroscuro potente, la preoccupazione della freschezza delle tinte e delle pennellate, il desiderio di risolvere l’accordo sui bruni o sui rossi, sulla base di carnagioni pallide.

E fu infaticabile; pur malato, tremante, balbuziente, produsse instancabilmente per sostenere la numerosa famiglia, passando dai ritratti popolareggianti dei marinai che scendevano al porto dalle navi estere, pagati poche lire, ai dipinti per le esposizioni di Germania, intento a soddisfare le richieste che gli giungevano da Berlino, Dusseldorf, Firenze e Corfù perfino dall’Imperatrice d’Austria, piegandosi spesso a soggetti non confacenti alla sua indole, pur di seguire il vento di questa o quella esposizione.

Il suo punto di forza furono i ritratti femminili o le mezze figure a soggetto (numerose le raffigurazioni di “monacelle”, come in Suor Teresa, ne Le preci, nell’ Adelaide di Savoia); in queste opere, dal potente chiaroscuro, sempre piene di vita e ricche di colore e di effetto aveva, a ragione, preso il posto di un altro celebre ritrattista, Achille Tallarico.

Ritratti esuberanti di vita, colore e poesia; teste dipinte con frescezza e franchezza e incisività nei lineamenti. Grande rilievo dava poi agli accordi di colore: ad esempio laddove vi erano papaveri rossi, scegliva un fondo ugualmente rosso, spesso in contrasto con la voluttuosa stoffa bianca dell’abito delle modelle.

Si deve perciò concordare con lo stesso Dalbono il quale, nella commemorazione letta nell’Istituto di Belle Arti di Napoli il 24 Maggio del 1907, sosteneva del Postiglione l’originalità stilistica: “questo artista non é scolaro di nessuno. Niiente Palizzi, niente Morelli, niente Fortuny”. Originalità e freschezza che doveva aver colpito l’amico Giuseppe Gabbiani che ne fece il suo secondo maestro, ricordando egli stesso in “Echi e Commenti”: “...i maestri insigni, di grata memoria, Giambattista Calò e Salvatore Postiglione ai quali, dopo l’Ente Supremo, devo l’esito della mia carriera.”

cfr. Echi e Commenti, p.148.

 

[12] cfr. Echi e Commenti, p. 67.

 

[13] Gioacchino Toma (Galatina/LE, 1836-Napoli,1891)

Prima di accostarsi alla pittura di “macchia”  abbandonando il tonalismo, anche il Toma ebbe come partenza una pittura fondata sul disegno e una tavolozza tradizionale. Ma ne affinerà  e approfondirà la resa sino a giungere ad un’iconografia moderna con un volontario abbassamento del tono della rappresentazione e un orientamento verso l’esame diretto ed intimo del dato umano (esemplari della sua vena intimistica sono i dipinti L’onomastico della maestra del 1879, Il romanzo nel chiostro, esposto nel 1888, La madre di latte del 1874) a cui si accompagnerà la predilezione per gli interni indagati prospetticamente e una scelta essenziale degli elementi d’arredo accompagnati dall’attenzione al dato luministico inteso come luce tonale generata all’interno del quadro stesso, come nella Luisa Sanfelice in carcere (esposta alla “Promostrice” del 1874, insieme alle altre tre vesioni, tutte alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma).

 

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