La produzione di G. Gabbiani avviene in due periodi ben
distinti:
·
quello
giovanile, fino al
1886 circa, caratterizzato da vedute barlettane e paesaggi pugliesi,
nitidi e tersi, con un amabile tocco naif;
·
quello
che si può definire “napoletano”
della maturità, a partire
dal 1898 quando, dopo un lungo periodo di crisi e di malattia
in seguito alla morte della giovane moglie e del figlioletto,
trasferitosi stabilmente a Napoli, torna all’arte cimentandosi
con una pittura popolaregiante sulla scia di Salvatore
Postiglione
e Vincenzo Tallarico.
·
Testimonianza
del primo periodo del pittore sono alcuni ritratti ad olio ed
a pastello, colorati e monocromi.
Il Ritratto di Giacomo Isnardi (S.N.
1) del 1870 è da considerarsi il primo della serie, eseguito da
G.Gabbiani “dal vero”, come sottolinea il pittore stesso all’atto
della donazione; il giovane artista, di soli 18 anni, si attiene
strettamente ai dettami classici del suo maestro Giovanni Battista
Calò:
curato nei particolari, quasi minuzioso nel rendere con delle
svirgolettate di colore la lunga barba del personaggio ritratto,
gioca su toni scuri nel resto del dipinto, facendo in modo che
questo particolare luminoso sia la sintesi della personalità dell’uomo,
di alto rango e cultura.
A questa prima prova vanno ad aggiungersi i ritratti dello scultore Raffaele Calò
e del pittore Giambattista
Calò (SS. N. 2,3), un Ritratto
virile di ignoto (S. N. 4) oltre ai più interessanti ritratti a pastello monocromo
del padre Giambattista Gabbiani
(S. N. 46), del clinico
Domenico Lobello (S.N. 45) e di Paolo
Napoletano (S.N. 47) e quelli ufficiali realizzati in onore
di Re Umberto I (S.N. 43), della
Regina Margherita (S.N.44), di
Vittorio Emanuele II (S.N. 48).
·
Dopo
il trasferimento del D’Annunzio a Napoli nel 1891, grande sostenitore
dell’arte dell’abruzzese Francesco Paolo Michetti
e del napoletano Eduardo Dalbono[,
vi fu il trionfo degli eredi del morellismo e di una pittura che,
senza mai aderire al simbolismo, si era ormai lasciata alle spalle
il verismo e ricercava fatture raffinate, spesso realizzate a pastello.
Questo genere, fino a pochi decenni prima considerato
minore, conobbe un grande successo soprattutto dopo che De Nittis
lo aveva reso popolare in Francia a partire dal 1876, contagiando
con questa moda lo stesso Degas, che soggiornò spesso a Napoli.
Di qui una straordinaria rivalutazione e diffusione anche nell’ambiente
artistico partenopeo, dove i ritratti a pastello di Gaetano Esposito
o Guglielmo De Sanctis o i paesaggi di Giuseppe Casciaro riscossero
enorme successo.
Anche Gabbiani rimarrà affascinato da questa tecnica,
rivelando grande propensione nelle raffigurazioni dal vero in
cui rivelerà maggiore originalità e sapienza di stile che non
nella ritrattistica ad olio, tanto da dedicarsi spesso anche alla
realizzazione di pastelli monocromi, dove fondamentale sarà la
sicurezza del segno ed una ricerca tonale nella definizione della
figura.
·
Migliore
esempio dello stile espresso nel ritratto maschile del periodo
napoletano, sia monocromo che colorato, è il vivace pastello Civilizzato - Il moro (S.N. 5)
datato 1896, che valse all’autore la segnalazione e l’illustrazione
nella rivista ufficiale e nel catalogo dell’Esposizione Gentile
di Torino del 1898: è un simpatico e curioso ritratto di un uomo
di colore “civilizzato”, ovvero che ha smesso gli abiti da “selvaggio”,
ha assunto quelli da uomo di affari benestante.
Curioso il titolo dell’opera, abile la tecnica usata:
l’artista riesce a fondere il tutto in un aria addolcita dalla
modulazione dei toni chiari posti in un indovinato contrasto con
quelli scuri. Pochi tocchi di bianco segnano i particolari da
mettere in risalto sulla carnagione bruna, rendendo il protagonista
vivo e non statico, aiutato anche dall’atteggiamento informale
scelto dall’autore per ritrarlo.
·
Del
1898/99 è il pastello colorato Ragazza
napoletana-studio dal
vero (S.N. 7) che, insieme ai molteplici ritratti della “Nenna”, e alle raffigurazioni
di nudi femminili a
cui accompagnava titoli aulici e romanticheggianti, oltre a personaggi tratti dal popolo, arricchisce il corpus delle opere
del periodo napoletano.
Nel delicato ritratto l’artista esprime maggiore dolcezza
e finezza nel tratto e nell’atmosfera, che ben si adattano al
soggetto: una raffinata signorina d’alto rango e non una eccentrica
sciantosa.
Sebbene non sia originale nella posa ed inquadratura,
possiamo dare atto al Gabbiani della qualità dello stile ormai
maturo e sapiente raggiunto nell’uso della nuova tecnica: una
lavorazione non a segni paralleli ma trasversali, modulati nei
toni, tanto da ottenere una resa uniforme nell’incarnato, fusa
e rischiarata da piccoli tratti di luce sul naso affilato, sul
mento prominente e sulle labbra; tocco di finezza, infine, i capelli
disegnati con punte sottili, dalla resa minuziosa.
A contrastare la raffinatezza del pastello appena descritto
è il gruppo di poco successivo: Pensando a cose che non son terrene
(S.N. 8), Rimembranze
(S.N. 9), Ebbrezza
(S.N. 10), Dolce abbandono (S.N. 11), opere
in cui sebbene ci sia l’intenzione di elevare le tematiche rappresentate
con titoli d’atmosfera petrarchesca, la fisicità delle donne raffigurate
nulla offre all’immaginazione.
Nella prima la fulva modella svela letteralmente le sue
grazie, il seno giovane e rotondo, la carnagione rosea, ed è abbandonata
su di una poltrona con l’espressione in bilico tra l’esausto e
l’ammiccante.
Potremmo azzardare che l’autore si sia fatto trascinare
dalla moda fien de siècle
di rappresentare modelle dai lunghi capelli rossi e fluenti,
come il grande Giulio Aristide Sartorio, memori di un’atmosfera
preraffaellita e decadente.
Lo stile del Gabbiani nell’uso del pastello si presenta,
come nell’opera Ritratto
di ragazza napoletana (S.N. 7), sapiente nella modulazione
dei toni dell’incarnato e nella rappresentazione della fantasia
della seta della stoffa azzurra.
In questo gruppo di opere si apprezza lo sforzo del pittore
nel voler rendere un tema scontato, ovvero la rappresentazione di una modella
in un interno, con uno stile più aperto al nuovo, con l’uso
di contrasti di colore abbastanza arditi: il bordeaux del fondo,
l’azzurro della poltrona, il rosa cangiante dell’incarnato, risultando
tuttavia privo della freschezza dei colori accesi che avrebbe
potuto desumere dalle influenze dell’ambiente artistico napoletano
in cui viveva, nonché della spontaneità del segno, relegando opere
come ad uno stile di maniera, spersonalizzato.
·
La
modista, chiamata da
lui confidenzialmente “Musette”, sua modella preferita sarà raffigurata
nei dipinti e pastelli forse più apprezzati dai contemporanei,
di cui il più noto è A
capa Nenna: numerosi ritratti in cui la giovane donna assume
trasformazioni diverse: personificherà se stessa in déshabillé
in Dolce abbandono
(S. N. 11), sarà informale in A cchiù bella nenna ‘e Piedigrotta
(S.N. 16), eccentricamente
abbigliata in Nenna
(S.N. 15), travestita
da sciantosa in Sempe Nannina so! (S.N. 13); L’
”Azzeccusella” (donata al Re Vittorio Emanuele III), l’unica a
non essere conservata nel Museo Civico di Barletta, venne eseguita
con la stessa modella.
·
Il
quadro “A capa nenna”
fu esposto per conto del governo italiano all’Esposizione Unioverale
di St. Luis, riscuotendo successo presso l’allora Presidente degli
S. U. T. Roosewelt, durante la visita del padiglione italiano,
l’11 nov. del 1904.
Il dipinto oltre ad avere per l’autore un valore affettivo
del tutto particolare, in quanto non è mai stato nè venduto o
donato, è sicuramente quello di maggior successo e, come afferma
lo stesso autore, “ha fatto
il giro del mondo” ,
aggiudicandosi al Salon di Bruxelles del 1907 la medaglia d’oro.
Lo stile dell’olio A capa Nenna (S. N. 12) appare
particolarmente personale e si avvicina, specie nella trattazione
del fondo verde, ai dipinti di tema paesaggistico raffiguranti
diversi spunti tratti dalla zona di Torre
del Greco, località in cui il pittore Gabbiani soggiornava
per buona parte dell’anno (risiedeva a Napoli dal 1 dicembre al
31 luglio e a Barletta dal 1 agosto al 30 novembre).
Si tratta di un dipinto certamente più meditato: quell’inclinazione
del capo in altre rappresentazioni spesso forzata, è più equilibrata,
più naturale, così come la modulazione dei toni, privi di contrasti
netti o troppo spenti, caratteristica cromatica spesso dovuta
all’eccessiva mescolanza dei colori.
La qualità dell’opera perciò convalida il successo ottenuto
nell’ambito dei gusti più commerciali quali erano quelli dei frequentatori
della Galleria Colonna o delle Esposizioni Universali, dove spesso
ad conquistare meriti erano le opere in cui più facile era riconoscersi
o che stilisticamente non uscivano da schemi già rodati; successo
di pubblico confermato dal contemporaneo negoziante d’arte Luigi
Lamberti, come riportato in “Echi e Commenti”, che affermerà:
“Il risultato della vendita
delle vostre belle opere attesta la vostra indiscussa valentia”.
·
E
davvero numerose furono le testimonianze di affetto espresse nei
numerosi telegrammi e lettere ricevute dal Gabbiani in occasione
della sua prima personale che accreditano la sua fama di artista
stimato; risultano maggiormente apprezzati proprio i ritratti
femminili e ‘A capa Nenna in particolare:
la “simpatica A capa Nenna”
(F.P. Diodati, pittore), “La
Capa Nenna, ... capolavoro ed un capolavoro della possente arte
meridionale” (sig.ra C. Di Giacomo- Gallozzi), “G. Gabbiani un autentico maestro della
scuola pittorica napoletana” (Libero Bovio). E, a chiusura della mostra, Gustavo
di Giacomo scriverà: ”...
tutti gli artisti ed i napoletani ricorderanno sempre la visione
degli occhi pensosi di A capa nenna e il fascino che emana da
questo magnifico vostro quadro, nel quale la divina vostra Napoli
vive, canta e palpita! Il suggestivo pezzo d’arte bene ha meritato
le medaglie d’oro e d’argento dei Governi e il posto di onore
in Gallerie d’Arte moderna, poichè esso è il compendio trionfatore
della Vostra forza di disegno e di colore - che è peculiare virtù
dei maestri meridionali tra i quali Voi, pur solitario, pensoso
e modestissimo conservate un alto posto...”.
·
Completamente
trasformata ritroviamo la modella nel ritratto della sciantosa Sempe Nannina so’ (S.N.
13). - “La sempe Nannina
so...”, quella giovane modista, o meglio quel bocciolo di rosa
che un dì scovai nel quartiere di S Giuseppe; e, nel quadro la
trasformai in canzonettista, sol per essere fedele allo spirito
della geniale canzonetta “A sciantosa”, scritta musicata ed illustrata
nell’anno 1898, dai miei compianti amici, il Capurro, il Gambardella
e lo Scoppetta.
Sono le parole espresse dallo stesso autore Gabbiani negli
“Echi e Commenti” alla Mostra personale tenutasi presso la Galleria
Corona nel dicembre 1925.
“ Dipingere per dipingere”, Virtuosismo dunque? No. La
tecnica di Giuseppe Gabbiani è un mezzo non un fine; nell’arte
di questo maestro, Arte ora possente, ora squisita vi è sempre
un’anima che sogna, un cuore che anela...”. Parole più vere non poteva esprimere
che un amico e intenditore, L. Postiglione.
Il sentimento e la vera anima di Napoli e dei napoletani
è espressa in questo pastello, ricco di colore e spontaneità,
lontano dall’insegnamento del Calò, statico e ortodosso, vicino
ormai al venerato maestro Salvatore
Postiglione
depositario dell’anima napoletana nella pittura popolareggiante
che gli suggerisce ormai l’uso di una tavolozza calda e pastosa,
come già i suoi contemporanei poterono ammirare.
Ma il tema preponderante di molti ritratti femminili è
il sincero sorriso e splendide sono a questo proposito le parole
spresse da un suo estimatore, il dott. Giovanni Brombeis: ”L’amore e l’ebbrezza dei sensi, l’assertismo
e la sua astrazione dalla vita terrena sono mirabilmente soffuse
dal Gabbiani sul riso delle sue donne. Il Gabbiani è un forte
padrone dell’anatomia del corpo umano e un fine conoscitore degli
atteggiamenti che in esso suscitano le varie passioni che vincono
l’animo umano. Una è la donna dipinta in tutte le sue tele; ma
in ogni tela è un riso diverso, soffuso d’una luce diversa, che
gli dà l’esaltazione d’amore, o romantica o religiosa”.
·
Il
Ritratto di vecchia
(S.N. 19), Sonno felice
(S.N. 18) e la Contadina di Afragola (S.N. 17)
sono da ascrivere tra i temi popolareggianti, scelti sotto l’influsso
dell’amicizia col pittore Salvatore Postiglione, sebbene il Gabbiani
tratti la raffigurazione, nel caso dell’anziana donna, con una
impostazione più convenzionale e con colori più cupi, quasi riportandosi
allo stile dei suoi primi lavori (cfr. Ritratto di Maria Parrilli, S.N.
6).
Tipico tema popolareggiante è il sonno del neonato tra
le braccia della mamma ispiratore del pastello Sonno felice, ancor di più perché
si tratta di una figura umile e modesta come quella di una contadina
o una zingara.
Le due opere raffiguranti la medesima protagonista (SS.
N. 17/18) si distinguono per la tecnica usata: l’olio nella prima,
il pastello nella seconda. Proprio l’uso del pastello rende la
materia ancora più leggera, i segni più vivaci e amalgamati ta
loro; la figura del piccolo, resa quasi come un’apparizione, si
sfalda nell’angolo in basso e, nella logica della composizione,
diviene ancora una volta pretesto per favorire la rappresentazione
dello stato d’animo della madre, tutto concentrato negli occhi
bassi e nelle labbra socchiuse da cui pare uscire flebile una
ninnananna.
Il sentimento reale espresso con la presa deal vero è
marchio di buona fede dell’autore, benché il condensato romanticheggiante
e popolareggiante bene si sposava con il gusto più commerciale
corrente, finanche nel primo ‘900 attestato dalla presenza dell’opera
all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma del 1908.
·
Il
successo della pittura pseudo-popolare o popolareggiante rappresentava
il trionfo del gusto particolare della borghesia che, attraverso
una certa retorica degli stracci, esorcizzava il problema della
miseria autentica, pacificando la propria coscienza. Questo filone
durò fino agli anni ottanta ed oltre, appunto; una pittura, quella
di Biagio Molinari, Califano Mundo, Giuseppe Costantini, Vincenzo
Montefusco e il più noto e ancora giovane Vittorio Caprile, solo apparentemente
realistica; essa si compiaceva di descrizioni minute, di scene
di vecchi e bambini ambientate per lo più in interni, indagati
con i loro poveri arredi e le loro misere suppellettili; una pittura
spesso non disprezzabile per qualità, ma con il torto di aver
perso una presa autentica sulla realtà, intento che il nostro
Gabbiani manterrà fino alla fine, mettendo in second’ordine la
poetica degli stracci e favorendo la costante presa dal vero dei
soggetti.
·
Di
diverso tenore e ambientazione è l’olio Nello studio (S.N. 20) del 1899,
che risente tuttavia di ulteriori influssi di stampo meridionale.
L’ispirazione gli viene certamente dai numerosi dipinti
con immagini di donne intente nella lettura o in lavori femminili
ritratte in interni borghesi, cari alla migliore tradizione della
pitttura napoletana, primi fra tutti quelli di GioacchinoToma
,
opere vicine naturalmente per tema, ma lontane per qualità e originalità.
·
Scorci
della città natale, Barletta,
e della terra che lo vedrà crescere artisticamente, Napoli, sono il tema dominante
di olii e disegni a tema
paesaggistico, con piccole digressioni a favore di spunti
tratti da vedute venete e campestri.
·
Il
cielo chiaro della terra pugliese sebbene segnato da bianche nuvole
di passaggio appare in tutta la sua luminosità nella Veduta esterna della cattedrale di
Barletta (S.N. 21). La luce tersa e pulita utile a definire
nettamente i contorni fa di quest’olio un perfetta istantanea,
pulita luminosa ed essenziale, di uno scorcio della città vecchia:
la cattedrale punto cruciale del centro storico, della tradizione
religiosa, in cui ogni anno una processione conduce dal Santuario
fuori porta la Patrona della città, la Madonna dello Sterpeto.
Memoria storica di una fabbrica
ricca di architettura elavata, tra il gotico e il romanico, con
le sue decorazioni di grottesche. L’imponente ed elegante rosone
centrale, oggi momentaneamente asportato per motivi di restauro,
insieme agli altri ornamenti scultorei, nell’olio del Gabbiani
è descritto minuziosamente e con amore da barlettano.
Ed è apprezzabile inoltre quel gusto originale e naif
nel descrivere i panni svolazzanti, i gabbiani liberi nel cielo
e un omino la cui figura è semplificata all’estremo, originale
rispetto all’insegnamento ortodosso che il pittore aveva ricevuto
dal maestro Giovanni Battista Calò.
L’originale Paese
Margherita di Savoia, oggi a Roma nelle Gallerie del Quirinale,
donata dal pittore alla regina Margherita in onore della quale
la località era stata ribattezzata nel 1879, rappresenta una rarità
nell’iconografia del paesaggismo pugliese, in quanto anche il
De Nittis si era cimentato in un tema analogo in un piccolo dipinto
dei primi anni sessanta, dedicato al fratello.

Artista stimato dai suoi contemporanei, morì all’età di quarantacinque
anni.
Figlio d’arte, suo padre sosteneva la famiglia dipingendo
quadri religiosi; ma alla sua precoce scomparsa, poco più
che ventenne, lo lasciò a capo della numerosa famiglia. Salvatore
frequentò per breve tempo l’Istituto di Belle Arti di Napoli,
dove ebbe tra i maestri suo zio Raffaele, valente e stimato
disegnatore, studioso delle opere di Raffaello. Tuttavia il
giovane fu attratto maggiormente dalla grande pittura del
Seicento e, come afferma il Dalbono nel suo profilo critico, “egli sentiva Rubens nell’anima
sua” (cfr. “La
scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”, a cura di
B. Croce, Laterza, Bari, 1915, p. 143): infatti anche nellle
tele meno riuscite mostrerà uno slancio vivissimo, un chiaroscuro
potente, la preoccupazione della freschezza delle tinte e
delle pennellate, il desiderio di risolvere l’accordo sui
bruni o sui rossi, sulla base di carnagioni pallide.
E fu infaticabile: pur malato, tremante, balbuziente,
produsse instancabilmente per sostenere la numerosa famiglia,
passando dai ritratti popolareggianti dei marinai che scendevano
al porto dalle navi estere, pagati poche lire, ai dipinti
per le esposizioni di Germania, intento a soddisfare le richieste
che gli giungevano da Berlino, Dusseldorf, Firenze e Corfù
perfino dall’Imperatrice d’Austria, piegandosi spesso a soggetti
non confacenti alla sua indole, pur di seguire il vento di
questa o quella esposizione.
Il suo punto di forza furono i ritratti femminili o le mezze figure a soggetto (numerose
le raffigurazioni di
“monacelle”, come in Suor
Teresa, ne Le preci,
nell’ Adelaide di Savoia);
in queste opere, dal potente chiaroscuro, sempre piene di
vita e ricche di colore e di effetto aveva, a ragione, preso
il posto di un altro celebre ritrattista, Achille Tallarico.
Ritratti esuberanti di vita, colore e poesia; teste
dipinte con frescezza e franchezza e incisività nei lineamenti.
Grande rilievo dava poi agli accordi di colore: ad
esempio laddove vi erano papaveri rossi, sceglieva un fondo
ugualmente rosso, spesso in contrasto con la voluttuosa stoffa
bianca dell’abito delle modelle.
Si deve perciò concordare con lo stesso Dalbono il
quale, nella commemorazione letta nell’Istituto di Belle Arti
di Napoli il 24 Maggio del 1907, sosteneva del Postiglione
l’originalità stilistica:
“questo artista non é scolaro di nessuno. Niiente Palizzi,
niente Morelli, niente Fortuny”. Originalità e freschezza
che doveva aver colpito l’amico Giuseppe Gabbiani che ne fece
il suo secondo maestro, ricordando egli stesso in “Echi e
Commenti”: “...i maestri insigni, di grata
memoria, Giambattista Calò e Salvatore Postiglione ai quali,
dopo l’Ente Supremo, devo l’esito della mia carriera.”
Giovanni Battista Calò (Barletta 1832 - 1895)
Di salute cagionevole, dopo gli studi all’Istituto
di Belle Arti di Napoli dove frequenta i corsi di Giuseppe
Mancinelli, è costretto a ritornare nella sua città natale
dove insegnerà disegno nella scuola tecnica locale e dove
la sua rilevante capacità didattica darà vigore all’ottima
predisposizione dei suoi allievi G. De Nittis, Vincenzo De
Stefano, Raffaele Girondi e lo stesso Gabbiani.
I suoi dipinti conservati nel museo di Barletta Zampognaro e figlia del 1859/60
e Autoritratto
del 1858 sono caratterizzati da una notevole propensione per
il disegno e la resa plastica delle figure; elementi stilistici
che lo renderanno perciò maggiormente stimato come ritrattista
di elevata qualità (a Barletta sono raccolti sette suoi ritratti)
che come paesaggista; tematica, quella del paesaggio, da lui
solo sfiorata (si ricorda la Veduta
del ponte vecchio sull’Ofanto, di notevole resa prospettica)
e tuttalpiù usata come sfondo per raffigurazioni più complesse
(v. la rappresentazione di una scena della Disfida per il Sipario del
Teatro Curci di Barletta).
cfr. Christine Farese Sperken, La pittura dell’Ottocento in Puglia
- I protagonisti, le opere, i luoghi, Mario Adda Editore,
Bari 1996, pp. 34,186.
Francesco Paolo Michetti (Tocco Casauria-PE,1851/Francavilla
a Mare-CH, 1929)
Nel 1874 venuto a contatto col Fortuny, si lascia
influenzare dal rinnovamento nell’uso del colore e del tono
ed a partire dal 1877 la ricerca nel campo del colore provoca
l’adozione del pastello, tecnica cui fu avviato dal Dalbono,
anche sulla scia della moda inaugurata dal De Nittis. Nascono
così l’Autoritratto (Napoli, Banco
di Napoli) realizzato con l’aiuto di alcuni studi fotografici
e tutti i ritratti appartenuti alla collezione Frugone (ora
a Nervi, villa Serra).
cfr. saggio di Mariantonietta Picone
“La pittura dell’Ottocento nell’Italia meridionale
dal 1848 alla fine del secolo”,
[ Eduardo
Dalbono (Napoli, 1841-1915)
Figlio del colto Carlo Tito, impiegato dei vapori
postali, e di una poetessa romana, Virginia Garelli, fu condotto
spesso dal padre a seguirlo nei frequenti viaggi, che generarono
in lui l’interesse per la bozzettistica, utilizzata inoltre
per illustrare le tradizioni popolari ricordate dal padre
nei suoi scritti che avevano come oggetto le usanze ed i costumi
popolari.
Fu attratto perciò nei dipinti giovanili sia dalle
tematiche storiche che dalla pittura di genere folkloristico
o di paesaggio, quest’ultima derivata dalla scuola di Posillipo
e dalla frequentazione dello stimato Nicola Palizzi; i contatti
con la scuola lo portarono ad uno spiccato interesse per l’acquerello
in cui rivelò una profonda conoscenza del Giacinto Gigante
acquerellista, accentuatasi con la conoscenza di Mariano Fortuny
e della sua pittura a tocchi virtuosi.
Con l’opera La
leggenda delle sirene ebbe poi
inizio una vasta produzione di opere decorative, con
i criteri del “dipingere poetizzato” che trovarono lunga fortuna
specie in Francia dove soggiornò tra il 1878 e il 1888 e dove
aveva intrapreso un rapporto col mercante Goupil, colpito
dalle sue opere I vongolari e La pesca felice***, mediato
anche da Giuseppe De Nittis.
Grande amico e collega del Gabbiani, come l’artista
barlettano realizzerà opere che hanno come tema la marina di Mergellina, località
dove si era trasferito per motivi di salute della moglie. Dopo un soggiorno
in Veneto e Venezia, anche questo divenne dai primi anni ottanta
uno dei suoi soggetti pittoreschi (nel 1881 presenta alla
“Promotrice napoletana”
Campanile di San Zeno e Porta di San Zeno a Verona, accanto
ad uno studio di nuvole e di pioggia, continuando
ad esporre a Napoli nel 1888, nel 1891, nel1897.
Come Gabbiani esporrà a Saint Luis nel 1904, e sarà
molto apprezzato da Salvatore di Giacomo che gli affiderà
l’illustrazione di alcune poesie; inoltre scrisse commemorazioni
in morte del Morelli e del Gerome e alcuni suoi scritti furono
raccolti insieme ad altri del Morelli in La scuola napoletana di pittura
nel secolo decimonono, a cura di Benedetto Croce, saggio
pubblicato a Bari nel 1915.
Fu il Gabbiani ad organizzare due mostre postume delle
opere del Dalbono nel 1918 e nel 1923 per concessione della
vedova dell’artista napoletano, la musicista Adelina D’Arienzo.
cfr. E. Giannelli
- pref. di Edoardo Dalbono,
Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori, incisori
ed architetti...
Scriveva
Edoardo Dalbono a proposito di Domenico Morelli e della pittura
inaugurata dalla scuola di Posillipo: -”...ecco, dunque tutto un nuovo
dizionario di termini scaraventarsi nel modo della pittura:
“la luce”, “il vero”, “l’impressione”, “la macchia”, “il tono”,
“il valore”, “la distanza”....”-
cfr. D. Morelli - E. Dalbono,
“La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”,
a cura di Benedetto Croce, Laterza, Bari, 1915, p.
84.
cfr. Echi e Commenti, pp. 102-103.
Salvatore Postiglione
Artista stimato dai suoi contemporanei, morì all’età
di quarantacinque anni.
Figlio d’arte, suo padre sosteneva la famiglia dipingendo
quadri religiosi; ma alla sua precoce scomparsa, poco più
che ventenne, lo lasciò a capo della numerosa famiglia. Salvatore
frequentò per breve tempo l’Istituto di Belle Arti di Napoli,
dove ebbe tra i maestri suo zio Raffaele, valente e stimato
disegnatore, studioso delle opere di Raffaello. Tuttavia il
giovane fu attratto maggiormente dalla grande pittura del
Seicento e come afferma il Dalbono nel suo profilo critico “egli sentiva Rubens nell’anima
sua” (cfr. “La
scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”, a cura di
B. Croce, Laterza, Bari, 1915, p. 143): infatti anche nellle
tele meno riuscite mostrerà uno slancio vivissimo, un chiaroscuro
potente, la preoccupazione della freschezza delle tinte e
delle pennellate, il desiderio di risolvere l’accordo sui
bruni o sui rossi, sulla base di carnagioni pallide.
E fu infaticabile; pur malato, tremante, balbuziente,
produsse instancabilmente per sostenere la numerosa famiglia,
passando dai ritratti popolareggianti dei marinai che scendevano
al porto dalle navi estere, pagati poche lire, ai dipinti
per le esposizioni di Germania, intento a soddisfare le richieste
che gli giungevano da Berlino, Dusseldorf, Firenze e Corfù
perfino dall’Imperatrice d’Austria, piegandosi spesso a soggetti
non confacenti alla sua indole, pur di seguire il vento di
questa o quella esposizione.
Il suo punto di forza furono i ritratti femminili o le mezze figure a soggetto (numerose
le raffigurazioni di “monacelle”, come in Suor Teresa, ne Le preci, nell’ Adelaide di Savoia); in queste
opere, dal potente chiaroscuro, sempre piene di vita e ricche
di colore e di effetto aveva, a ragione, preso il posto di
un altro celebre ritrattista, Achille Tallarico.
Ritratti esuberanti di vita, colore e poesia; teste
dipinte con frescezza e franchezza e incisività nei lineamenti.
Grande rilievo dava poi agli accordi di colore: ad esempio
laddove vi erano papaveri rossi, scegliva un fondo ugualmente
rosso, spesso in contrasto con la voluttuosa stoffa bianca
dell’abito delle modelle.
Si deve perciò concordare con lo stesso Dalbono il
quale, nella commemorazione letta nell’Istituto di Belle Arti
di Napoli il 24 Maggio del 1907, sosteneva del Postiglione
l’originalità stilistica:
“questo artista non é scolaro di nessuno. Niiente Palizzi,
niente Morelli, niente Fortuny”. Originalità e freschezza
che doveva aver colpito l’amico Giuseppe Gabbiani che ne fece
il suo secondo maestro, ricordando egli stesso in “Echi e
Commenti”: “...i maestri insigni, di grata
memoria, Giambattista Calò e Salvatore Postiglione ai quali,
dopo l’Ente Supremo, devo l’esito della mia carriera.”
cfr. Echi e Commenti, p.148.
cfr. Echi e Commenti, p. 67.
Prima di accostarsi alla pittura di “macchia” abbandonando il tonalismo,
anche il Toma ebbe come partenza una pittura fondata sul disegno
e una tavolozza tradizionale. Ma ne affinerà e approfondirà la resa sino
a giungere ad un’iconografia moderna con un volontario abbassamento
del tono della rappresentazione e un orientamento verso l’esame
diretto ed intimo del dato umano (esemplari della sua vena
intimistica sono i dipinti L’onomastico
della maestra del 1879,
Il romanzo nel chiostro, esposto nel 1888, La madre di latte del 1874)
a cui si accompagnerà la predilezione per gli interni indagati
prospetticamente e una scelta essenziale degli elementi d’arredo
accompagnati dall’attenzione al dato luministico inteso come
luce tonale generata all’interno del quadro stesso, come nella
Luisa Sanfelice in carcere
(esposta alla “Promostrice” del 1874, insieme alle altre tre
vesioni, tutte alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di
Roma).