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Il suo autoritratto è eloquente, più della sua attività di pittore:
un grande amante dell’arte forse più che un grande artista.
Una
forte personalità che si imporrà come più nota figura di colto mecenate
e raffinato collezionista.
Giuseppe Gabbiani nasce
a Barletta il 6 gennaio del 1862, da Maria Giuseppe De Bitonto,
detta Donna Peppina
,
e il facoltoso commerciante Giambattista, discendente di
un’antica famiglia originaria di Garessio.
Nei
suoi scritti ricorda di suo padre soprattutto la figura di collezionista
di incisioni di illustratori
francesi, a colori e in bianco e nero, esposte nella galleria
e nello studio della propria abitazione con “ammirevole
gusto artistico”: vi erano raffigurate
le battaglie di Napoleone Bonaparte, in particolare quelle di Crimea
del 1855 e quelle del 1859, esemplari delle medesime stampe conservate
a Parigi nel Museo dell’Armata agli Invalidi (Des Invalides), raccolte
poi dal figlio Giuseppe nella collezione donata al Museo di Barletta.
Dal
padre ereditò anche l’amore per la lirica, poichè fin da piccolo
fu condotto a teatro; essa si accompagnava alla passione per la
pittura e il disegno in quanto i suoi genitori, persone colte e
sensibili, sebbene per qualche tempo indecise sulla carriera da
far intraprendere al figlio Giuseppe, si imposero perchè egli seguisse
il suo istinto.
Frequentò
gli studi fino alla seconda tecnica, per poi dedicarsi totalmente
alla pittura ed agli studi letterari.
Iniziò
il suo apprendistato dal pittore Giovan Battista Calò,
primo maestro di Giuseppe De Nittis, e di tutta una schiera di artisti
barlettani, quali Vincenzo De Stefano, e Raffaele Girondi.
Prestò
un breve servizio militare come soldato di terza categoria e fu
considerato nei tiratori scelti.
Il
giovane Giuseppe fece rapidi progressi nella pittura: espose a Torino
alla “Nazionale” del 1884 tre marine: Margherita di Savoia, già Saline di
Barletta, Dopo il tramonto,
Sulla rada di Barletta;
mentre nell’’85 partecipò all’Esposizione di Belle Arti di Roma
con le nature morte Caccia
di Maggio e Un’aranciata.
Grande
successo riscosse all’ “Esposizione di Belle Arti di Roma” del 10
Marzo 1886, dove si guadagnò gli encomi del Re Umberto per il Ritratto di Vittorio Emanuele II e l’olio Margherita di Savoia, già Saline
di Barletta, esposto per la seconda volta e che il Re volle
a Roma nella Villa Margherita, dimora della Regina Madre.
Dopo
queste prime soddisfazioni iniziò per lui un periodo di sciagure
che lo abbatterono nello spirito e lo fiaccarono
nella salute : il 22 novembre 1886 sposava Maria Parrilli, l’amata “Marietta”, ma solo un anno dopo
la perse insieme al primogenito; l’11 febbraio del 1890 morì anche
il venerato padre ed allora Giuseppe preferì lasciare la terra natia
per trasferirsi a Napoli con la madre (morta poi il 14 gennaio del
1914 all’età di 91 anni), per dedicarsi
esclusivamente all’arte, ispirato dallo stile della pittura del
Postiglione e del Tallarico.
Da
allora divise la sua esistenza tra la città natale Barletta, dove
soggiornava in una villetta in via Madonna della Croce nel periodo
compreso tra il 1 agosto al 30 novembre e a Napoli dal 1 dicembre
al 31 luglio, dove era proprietario di uno studio in Largo Olivella
n. 12.
Fu
a Napoli che conobbe, tramite il senatore Arnaldo Cantani, il pittore
Edoardo Dalbono, che ammirò sempre con affetto filiale. L’amicizia
del maestro influì enormemente sulla sua carriera artistica contribuendo
al suo miglioramento stilistico, insieme ai viaggi, alle visite
presso prestigiose gallerie ed esposizioni nazionali ed internazionali,
a cui spesso ebbe modo di partecipare in prima persona.
All’
”Esposizione Nazionale di Torino” del 1898, indetta per il “Cinquantesimo anniversario della
proclamazione dello Statuto” presentò due pastelli colorati:
Contadina napoletana, acquistato
da un privato, e Civilizzato-ritratto
di moro, donato al museo civico di Barletta.
Espose
alle Promotrici di Torino del 1900 e del 1901, a quella di Roma
del 1901 ed alle mostre “Salvator Rosa” del 1897 e del 1904. Fu
all’Esposizone Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa” di Napoli
del 1904, che il suo quadro Azzeccusella
fu talmente apprezzato dal Re Vittorio Emanuele III,
che l’autore decise di fargliene dono.
E
sempre nel 1904 presentò l’opera Popolana napoletana all’Esposizione
di S. Louis, riproposto poi nel 1910 a Cettigne, ottenendo la medaglia
d’oro.
All’Esposizione
di Belle Arti di Rimini del 1909 il pastello Studio dal vero (Ritratto di ragazza napoletana,
ndr.) ottenne la medaglia di bronzo del Ministero della Pubblica
Istruzione.
Partecipò
anche alla Prima Mostra Nazionale d’Arte Pura e Applicata promossa
da Bernardo Celentano nel 1910 a Napoli.
Si
dedicò anche all’arte sacra: tra le opere raccolte nella Pinacoteca
barlettana originale, tra marine, paesaggi, nature morte e ritratti,
vi è un bozzetto di soggetto religioso che egli stesso definisce
“ricco di sentimento”, rappresentante
Fra Dionisio da Barletta (morto nel 1755), intento nella preghiera,
accanto ad un particolare ricopiato dal Cristo
nell’orto del Mancinelli, prima prova giovanile di ispirazione
religiosa.
Diverse
furono le onoreficenze di cui fu gratificato: medaglie e diplomi
di Comitati, tra cui ne annovera tre del Minisero della Pubblica
Istruzione; quindi due doni in brillanti
del re Vittorio Emanuele III e di sua madre la Regina Margherita.
Ancora
in vita fu insignito di titoli prestigiosi: sarà Cavaliere della
Corona d’Italia e Cavaliere Ufficiale, con proposte dei Ministri
della Pubblica Istruzione Errico De Marinis e Luigi Credaro, oltre
che Commendatore dello stesso ordine, con nomina motu proprio del re.
E’
nel 1912, che a Giuseppe Gabbiani viene affidato, da parte del Municipio
di Barletta, un incarico che gli fa onore: sarà lui a dover prendere
in consegna a Parigi la donazione della Signora Leontine Gruvelle
del legato di Giuseppe De Nittis.
Al
Gabbiani sarà affidato l’allestimento di due mostre postume delle
opere lasciate da Edoardo Dalbono, nel 1918 e nel 1923, per concessione
della musicista Adelina D’Arienzo, vedova dell’artista.
Così
avvenne alla morte di Michele Cammarano: Salvatore Di Giacomo, curatore
testamentario, diede incarico al Gabbiani di valutare le opere ed
assegnarle in parti uguali alla figlia e alla nipote dell’artista.
Questi
onori furono utili per alleviare il dispiacere di
non potersi più dedicare alla pittura per
un peggioramento della qualità della vista, dopo circa quarant’anni
di lavoro, come riportato nel catalogo della Esposizione del Dicembre
1925 .
Tuttavia
egli si sentirà sempre pittore, devoto e grato ai “maestri insigni Giambattista Calò e Salvatore
Postioglione” ai quali,
“dopo l’Ente Supremo, deve l’esito della sua carriera artistica”
.
Muore
nel 1939, dopo aver fatto dono della sua collezione in due momenti
successivi (nel gennaio 1928 e nell’aprile 1932) al Museo Civico
di Barletta; collezione costituita da un numero rilevante di dipinti
e disegni ottocenteschi di scuola napoletana e meridionale di sicura
provenienza e attribuzione che si accompagna alla propria raccolta
di opere autografe.
Durante i suoi soggiorni a Napoli, ripetutisi per trent’anni
aveva riunito un’ampia collezione, mirando ad una documentazione
completa della situazione artistica del suo tempo, mostrando interesse
anche per i lavori minori, come i disegni di dimensioni molto piccole,
spesso rivelatori del carattere privato, quasi di studio della raccolta.
Nella collezione Gabbiani numerosi sono i lavori di Michele Cammarano
(Napoli, 1835-1920), al quale il pittore era legato da un rapporto
di stima e amicizia, tra cui un Autoritratto a penna del 1893,
già di proprietà di Salvatore Di Giacomo; uno Studio di soldato (particolare
per la tela Il 24 giugno
1859 a San Martino, 1880/83, Roma, Galleria Nazionale d’Arte
Moderna) e due rari paesaggi africani eseguiti dal vero ad Asmara
nel periodo degli studi preparatori per il quadro storico La battaglia di Dogali (1888-1896;
ibidem), commissionatogli dal governo italiano.
Lo stesso può dirsi per le opere di Edoardo Dalbono (Napoli 1841-1915)
presente con uno Studio di
nudo per la nota Leggenda
delle Sirene (1871, Napoli, Galleria dell’Accademia di Belle
Arti) e un giovanile Autoriitratto.
Tra le opere più antiche si annoverano disegni (paesaggi di Beniamino
de Francesco e Giacinto Gigante, lo Studio di bue di Nicola Palizzi
e gli studi di figura di Domenico Morelli e preziosi studi dell’esigua
produzione di Bernardo Celentano (Napoli 1835-Roma 1863), morto
a soli ventotto anni.
Una rarità rappresenta
il disegno Scena familiare
del siciliano Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea/CT 1834 - Roma 1911);
il suggestivo paesaggio vesuviano di Francesco Mancini (Napoli 1830-1905),
realizzato prima che l’artista cominciasse ad ispirarsi alle tematiche
e ai modi del De Nittis parigino; il soleggiato Angolo
di Toledo del romano Pio Joris (Roma 1843-1912) del ‘72 e dedicato
durante un viaggio in Spagna alla moglie del Gabbiani; di insolita
freschezza la tavoletta di Vincenzo Irolli (Napoli 1860-1949) Regata a Venezia, con la Chiesa
della Salute sullo sfondo.
E poi opere dei fratelli Palizzi, di Federico
Cortese, Alessandro La Volpe, Giacinto Gigante, Michele Cammarano,
Achille Tallarico, Giovanni Ponticelli, Federico Rossano, Vincenzo
Caprile, Salvatore Fergola, Luca e Salvatore Postiglione, Gioacchino
Toma, Francesco de Gregorio.
A queste opere, testimonianza della scuole meridionali dell’ottocento,
si affiancano fogli del monzese Mosè Bianchi e dei torinesi Marco
Calderini e Giacomo Grosso, che esprimono l’apertura del collezionismo
del Gabbiani anche ad altri indirizzi.
Il Gabbiani non disdegnò opere di primitivi, specie senesi, dipinte
su legno e risalenti al 1300-1400: diverse Madonne con bambino, una pregiata
Adorazione dei Magi, Il calvario
del 1400, un Trittico del
1400; e poi un Nudo della
scuola del Tiziano, una Deposizione
del 1400, un’Annunciazione,
greso russo del 1300.
Opere del 1600 e del 1700 di grande pregio sono quelle di Luca
Giordano, Massimo Stanzione, Giuseppe Ribeira, Mattia Preti, Francesco
Fracanzano, Francesco Solimena, Sebastiano Ricci, G. Battista Tiepolo,
del Piazzetta, Antonio Raffaele Mengs, Carlo De Matteis.
Accanto alle incisioni di maestri francesi appartenute alla collezione
del padre Giambattista del 1800, scopriamo La fuga in Egitto e Il martirio di San Lorenzo, dipinti
in pietra del 1700 e due Vestali
della scuola del
Dematteis sempre del 1700, oltre al rilevante gruppo di sedici opere
di Fancesco De Mura.

Giovanni
Battista Calò, nasce a Barletta nel 1832 e vi muore nel 1895.
Dopo gli studi alla Scuola d'Artl e Mestieri dei Regio Ospizio
dì Giovinazzo frequentò, dal 152, l’Istiituto di Belle Arti di Napoli;, seguendo i corsi
di Giuseppe Mancinelli. Di salute cagionevole, sarà costretto
a ritornare nella sua cìttà natale dove insegnerà disegno nella
scuola tecnica locale: solido ritrattista e ben introdotto nei
circoli della città, divenne il primo maestro di Giuseppe De
Nittis, con il quale ebbe un lungo legarne di amicizia; la sua
rilevante capacità didattica darà vigore all'ottima predisposizione
di tutta una schiera di giovani
artisti barlettani, tutti suoi allievi, tra cui oltre al Gabbiani,
Vincenzo De Stefano e Raffaele Girondi. Fu presente alla mostra
di Belle Arti di Mi!ano del 1874 e all’esposizione Nazionale
dei 1884 a Torino, dove il suo dipinto Donna col velo fu premiato
e commentato molto positivamente ('Gazzettino artistico - letterario",
Firenze, 1 agosto 1884). Oltre la Madonna del Suffragio per
l'altare maggiore della chiesa dei Purgatorio nella città di
Barletta, sono raccolti nel museo civico i suoi dipinti Zampognaro
e figlia dei 1859 e l’Autoritratto del 1858, caratterizzati
da una notevole propensione per il disegno e la resa plastica
delle figure, elementi stilistici che lo renderanno maggiormente
stimato come ritrattista di
elevata qualità (a Barletta sono conservati sette suoi ritratti) che come paesaggista; tematica,
quella del paesaggio da lui solo sfiorata (si ricorda la Veduta
dal ponte vecchio sull'Ofantoi, di notevole resa prospettica)
e tutt’alpiù usata come sfondo per raffigurazioni più complesse
(v. la raffigurazione di una scena della Disfida per il sipario
del Teatro Curci di Barletta.
cfr.
·
Christine
Farese Sperken,
La pittura dell'Ottocento ìp Puglia,
i protagonisti, le opere,
i luoghi,
Mario Adda Editore, Bari 1996,
Bari, 34, p. 186;
·
Paolillo,
1895;
·
Villani,
1904 pp. 188/89
·
Thieme-Becker,
v, 1911, ad Vocem;
·
Cassandro,
s.d. pp. 238-241;
·
Lucani,
1974, p.96;
Oggi
è nelle gallerie del Quirinale, mentre il bozzetto altrettanto
delicato è conservato a Barletta , nel museo civico.
·Sorrenti,
1990, pp.88-89.
]
La prima personale del pittore
fu organizzata da lui stesso nel dicembre del 1925 presso
la Galleria Colonna di Napoli sotto lo stimolo della modella preferita.
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