La Vita

GIUSEPPE GABBIANI - 1862-1933

  Elaborazione grafica a cura di Pasquale Napolitano - Testo critico a cura di Giusy Caroppo

Il suo autoritratto è eloquente, più della sua attività di pittore: un grande amante dell’arte forse più che un grande artista.

Una forte personalità che si imporrà come più nota figura di colto mecenate e raffinato collezionista.

Giuseppe Gabbiani nasce a Barletta il 6 gennaio del 1862, da Maria Giuseppe De Bitonto, detta Donna Peppina [1], e il facoltoso commerciante Giambattista[2], discendente di un’antica famiglia originaria di Garessio[3].

Nei suoi scritti ricorda di suo padre soprattutto la figura di collezionista di incisioni di illustratori  francesi, a colori e in bianco e nero, esposte nella galleria e nello studio della propria abitazione con “ammirevole gusto artistico”[4]: vi erano raffigurate le battaglie di Napoleone Bonaparte, in particolare quelle di Crimea del 1855 e quelle del 1859, esemplari delle medesime stampe conservate a Parigi nel Museo dell’Armata agli Invalidi (Des Invalides), raccolte poi dal figlio Giuseppe nella collezione donata al Museo di Barletta.

Dal padre ereditò anche l’amore per la lirica, poichè fin da piccolo fu condotto a teatro; essa si accompagnava alla passione per la pittura e il disegno in quanto i suoi genitori, persone colte e sensibili, sebbene per qualche tempo indecise sulla carriera da far intraprendere al figlio Giuseppe, si imposero perchè egli seguisse il suo istinto.

Frequentò gli studi fino alla seconda tecnica, per poi dedicarsi totalmente alla pittura ed agli studi letterari[5].

Iniziò il suo apprendistato dal pittore Giovan Battista Calò[6], primo maestro di Giuseppe De Nittis, e di tutta una schiera di artisti barlettani, quali Vincenzo De Stefano, e Raffaele Girondi. 

Prestò un breve servizio militare come soldato di terza categoria e fu considerato nei tiratori scelti.

Il giovane Giuseppe fece rapidi progressi nella pittura: espose a Torino alla “Nazionale” del 1884 tre marine: Margherita di Savoia, già Saline di Barletta, Dopo il tramonto, Sulla rada di Barletta; mentre nell’’85 partecipò all’Esposizione di Belle Arti di Roma con le nature morte Caccia di Maggio e Un’aranciata.

Grande successo riscosse all’ “Esposizione di Belle Arti di Roma” del 10 Marzo 1886, dove si guadagnò gli encomi del Re Umberto per il Ritratto di Vittorio Emanuele II  e l’olio Margherita di Savoia, già Saline di Barletta, esposto per la seconda volta e che il Re volle a Roma nella Villa Margherita, dimora della Regina Madre[7].

Dopo queste prime soddisfazioni iniziò per lui un periodo di sciagure che lo abbatterono nello spirito[8] e lo fiaccarono nella salute : il 22 novembre 1886 sposava Maria Parrilli, l’amata “Marietta”, ma solo un anno dopo la perse insieme al primogenito; l’11 febbraio del 1890 morì anche il venerato padre ed allora Giuseppe preferì lasciare la terra natia per trasferirsi a Napoli con la madre (morta poi il 14 gennaio del 1914 all’età di 91 anni)[9], per dedicarsi esclusivamente all’arte, ispirato dallo stile della pittura del Postiglione e del Tallarico.

Da allora divise la sua esistenza tra la città natale Barletta, dove soggiornava in una villetta in via Madonna della Croce nel periodo compreso tra il 1 agosto al 30 novembre e a Napoli dal 1 dicembre al 31 luglio, dove era proprietario di uno studio in Largo Olivella n. 12.

Fu a Napoli che conobbe, tramite il senatore Arnaldo Cantani, il pittore Edoardo Dalbono, che ammirò sempre con affetto filiale. L’amicizia del maestro influì enormemente sulla sua carriera artistica contribuendo al suo miglioramento stilistico, insieme ai viaggi, alle visite presso prestigiose gallerie ed esposizioni nazionali ed internazionali, a cui spesso ebbe modo di partecipare in prima persona.

All’ ”Esposizione Nazionale di Torino” del 1898, indetta per il “Cinquantesimo anniversario della proclamazione dello Statuto” presentò due pastelli colorati: Contadina napoletana, acquistato da un privato, e Civilizzato-ritratto di moro, donato al museo civico di Barletta.

Espose alle Promotrici di Torino del 1900 e del 1901, a quella di Roma del 1901 ed alle mostre “Salvator Rosa” del 1897 e del 1904. Fu all’Esposizone Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa” di Napoli del 1904, che il suo quadro Azzeccusella fu talmente apprezzato dal Re Vittorio Emanuele III[10], che l’autore decise di fargliene dono.

E sempre nel 1904 presentò l’opera Popolana napoletana all’Esposizione di S. Louis, riproposto poi nel 1910  a Cettigne, ottenendo la medaglia d’oro.

All’Esposizione di Belle Arti di Rimini del 1909 il pastello Studio dal vero (Ritratto di ragazza napoletana, ndr.) ottenne la medaglia di bronzo del Ministero della Pubblica Istruzione.

Partecipò anche alla Prima Mostra Nazionale d’Arte Pura e Applicata promossa da Bernardo Celentano nel 1910 a Napoli.

Si dedicò anche all’arte sacra: tra le opere raccolte nella Pinacoteca barlettana originale, tra marine, paesaggi, nature morte e ritratti, vi è un bozzetto di soggetto religioso che egli stesso definisce “ricco di sentimento”, rappresentante Fra Dionisio da Barletta (morto nel 1755), intento nella preghiera, accanto ad un particolare ricopiato dal Cristo nell’orto del Mancinelli, prima prova giovanile di ispirazione religiosa.

Diverse furono le onoreficenze di cui fu gratificato: medaglie e diplomi di Comitati, tra cui ne annovera tre del Minisero della Pubblica Istruzione; quindi due doni in brillanti[11] del re Vittorio Emanuele III e di sua madre la Regina Margherita.

 Ancora in vita fu insignito di titoli prestigiosi: sarà Cavaliere della Corona d’Italia e Cavaliere Ufficiale, con proposte dei Ministri della Pubblica Istruzione Errico De Marinis e Luigi Credaro, oltre che Commendatore dello stesso ordine, con nomina motu proprio del re.

E’ nel 1912, che a Giuseppe Gabbiani viene affidato, da parte del Municipio di Barletta, un incarico che gli fa onore: sarà lui a dover prendere in consegna a Parigi la donazione della Signora Leontine Gruvelle del legato di Giuseppe De Nittis.

Al Gabbiani sarà affidato l’allestimento di due mostre postume delle opere lasciate da Edoardo Dalbono, nel 1918 e nel 1923, per concessione della musicista Adelina D’Arienzo, vedova dell’artista.

Così avvenne alla morte di Michele Cammarano: Salvatore Di Giacomo, curatore testamentario, diede incarico al Gabbiani di valutare le opere ed assegnarle in parti uguali alla figlia e alla nipote dell’artista.

Questi onori  furono utili  per alleviare il dispiacere di non potersi più dedicare alla pittura  per un peggioramento della qualità della vista, dopo circa quarant’anni di lavoro, come riportato nel catalogo della Esposizione del Dicembre 1925 .

Tuttavia egli si sentirà sempre pittore, devoto e grato ai “maestri insigni  Giambattista Calò e Salvatore Postioglione” ai quali, “dopo l’Ente Supremo, deve l’esito della sua carriera artistica”[12] .

Muore nel 1939, dopo aver fatto dono della sua collezione in due momenti successivi (nel gennaio 1928 e nell’aprile 1932) al Museo Civico di Barletta; collezione costituita da un numero rilevante di dipinti e disegni ottocenteschi di scuola napoletana e meridionale di sicura provenienza e attribuzione che si accompagna alla propria raccolta di opere autografe[13].

    Durante i suoi soggiorni a Napoli, ripetutisi per trent’anni aveva riunito un’ampia collezione, mirando ad una documentazione completa della situazione artistica del suo tempo, mostrando interesse anche per i lavori minori, come i disegni di dimensioni molto piccole, spesso rivelatori del carattere privato, quasi di studio della raccolta.

    Nella collezione Gabbiani numerosi sono i lavori di Michele Cammarano (Napoli, 1835-1920), al quale il pittore era legato da un rapporto di stima e amicizia, tra cui un Autoritratto a penna del 1893, già di proprietà di Salvatore Di Giacomo; uno Studio di soldato (particolare per la tela Il 24 giugno 1859 a San Martino, 1880/83, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna) e due rari paesaggi africani eseguiti dal vero ad Asmara nel periodo degli studi preparatori per il quadro storico La battaglia di Dogali (1888-1896; ibidem), commissionatogli dal governo italiano.

    Lo stesso può dirsi per le opere di Edoardo Dalbono (Napoli 1841-1915) presente con uno Studio di nudo per la nota Leggenda delle Sirene (1871, Napoli, Galleria dell’Accademia di Belle Arti) e un giovanile Autoriitratto.

    Tra le opere più antiche si annoverano disegni (paesaggi di Beniamino de Francesco e Giacinto Gigante, lo Studio di bue di Nicola Palizzi e gli studi di figura di Domenico Morelli e preziosi studi dell’esigua produzione di Bernardo Celentano (Napoli 1835-Roma 1863), morto a soli ventotto anni.

     Una rarità rappresenta il disegno Scena familiare del siciliano Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea/CT 1834 - Roma 1911); il suggestivo paesaggio vesuviano di Francesco Mancini (Napoli 1830-1905), realizzato prima che l’artista cominciasse ad ispirarsi alle tematiche e ai modi del De Nittis parigino; il soleggiato Angolo di Toledo del romano Pio Joris (Roma 1843-1912) del ‘72 e dedicato durante un viaggio in Spagna alla moglie del Gabbiani; di insolita freschezza la tavoletta di Vincenzo Irolli (Napoli 1860-1949) Regata a Venezia, con la Chiesa della Salute sullo sfondo.

   E poi opere dei fratelli Palizzi, di Federico Cortese, Alessandro La Volpe, Giacinto Gigante, Michele Cammarano, Achille Tallarico, Giovanni Ponticelli, Federico Rossano, Vincenzo Caprile, Salvatore Fergola, Luca e Salvatore Postiglione, Gioacchino Toma, Francesco de Gregorio.

    A queste opere, testimonianza della scuole meridionali dell’ottocento, si affiancano fogli del monzese Mosè Bianchi e dei torinesi Marco Calderini e Giacomo Grosso, che esprimono l’apertura del collezionismo del Gabbiani anche ad altri indirizzi.

    Il Gabbiani non disdegnò opere di primitivi, specie senesi, dipinte su legno e risalenti al 1300-1400: diverse Madonne con bambino, una pregiata Adorazione dei Magi, Il calvario del 1400, un Trittico del 1400; e poi un Nudo della scuola del Tiziano, una Deposizione del 1400, un’Annunciazione, greso russo del 1300.

    Opere del 1600 e del 1700 di grande pregio sono quelle di Luca Giordano, Massimo Stanzione, Giuseppe Ribeira, Mattia Preti, Francesco Fracanzano, Francesco Solimena, Sebastiano Ricci, G. Battista Tiepolo, del Piazzetta, Antonio Raffaele Mengs, Carlo De Matteis.

    Accanto alle incisioni di maestri francesi appartenute alla collezione del padre Giambattista del 1800, scopriamo La fuga in Egitto e Il martirio di San Lorenzo, dipinti in pietra del 1700 e due Vestali della scuola del Dematteis sempre del 1700, oltre al rilevante gruppo di sedici opere di Fancesco De Mura.

 

 


[1] ] Maria Giuseppe De Bitonto, (Barletta 1823 -1914).

 

[2] Giovan Battista Gabbiani , (Garessio, 1817- Barletta 1890

[3] Da cronache locali; 

·       Garessio, in provincia di Cuneo, esistente fin dal 1642 come risulta dai catasti della città

       cfr. Echi e Commenti, p.123;

·       Della famiglia Gabbiani si ricordano diversi uomini illustri, tra cui un frate domenicano, vescovo e rettore dell’università di Bologna e il pittore Domenico Antonio (di cui è conservato agli Uffizi l’autoritratto) esecutore degli affreschi della cupola della chiesa di San Frediano a Firenze. 

       cfr. E. Giannelli, Artisti napoletani viventi, tip. Melfi e Joele,  Napoli 1916.

 

[4] In Echi e Commenti, p. 124, da una nota tratta dalla pubblicazione del 14 gennaio 1916:  In Memoria di Maria                       Giuseppe Gabbiani-De Bitonto, Ediz. Dellisanti di Barletta:    “tra questi studi spiccavano le battaglie di Palestro, Magenta, Montebello e Varese, nonché del Dorè, quella della Tchernaia, dove si distinsero i bersaglieri piemontesi al comando del loro prode fondatore Alessandro Lamarmora (morto in Crimea, di colera). Prima del 1860, nella galleria, aveva tra le battaglie famose di Jena, Marengo Austerlytz, Waterloo, ecc.; e tra i finissimi ritratti del Baraguey  D’Illiers (…), il Canrobert (…) ed altri valorosi  Marescialli francesi, quello di Maria Teresa d’Austria, seconda moglie del re Ferdinando II di Borbone. Quando nella casa si riunivano amici, negozianti, capitani di bastimenti e mediatori del .. suo colore, com’egli diceva in dialetto piemontese, sospendeva dalla parete il quadro della Regina di Napoli, e, tra la meraviglia generale, mostrava il simpatico ritratto del giovane Re Liberatore: Vittorio Emanuele II, con i suoi folti baffi rivolti all’ingiù verso il lungo becco, incisione che Gabbani teneva nascosta al posto d’onore, in bellissima cornice a lamina di ottone dorata, dietro l’effige di Maria Teresa. In quell’epoca a Barletta nessuno possedeva il ritratto dell’Eroe di Goito, e molti liberali andavano da D. Giambattista, per conoscerlo. (…) Avvenuta la proclamazione del Regno d’Italia, i balconi del Gabbiani siti in Piazza dirimpetto alla porta piccola della Chiesa  del San Sepolcro (…) in tutte le liete ricorrenze nazionali, venivano sempre imbandierati con quattro belle bandiere italiane, tra le quali ve n’era una in seta con i ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi ed un’altra di lana che per grandezza, in paese primeggiava con quelle della Sottoprefettura  e del Municipio.

 

[5] cfr.  ECHI e Commenti, p.141

 

[6] Giovanni Battista Calò, nasce a Barletta nel 1832 e vi muore nel 1895. Dopo gli studi alla Scuola d'Artl e Mestieri dei Regio Ospizio dì Giovinazzo frequentò, dal 152, l’Istiituto di Belle Arti  di Napoli;, seguendo i corsi di Giuseppe Mancinelli. Di salute cagionevole, sarà costretto a ritornare nella sua cìttà natale dove insegnerà disegno nella scuola tecnica locale: solido ritrattista e ben introdotto nei circoli della città, divenne il primo maestro di Giuseppe De Nittis, con il quale ebbe un lungo legarne di amicizia; la sua rilevante capacità didattica darà vigore all'ottima predisposizione di tutta una schiera di giovani artisti barlettani, tutti suoi allievi, tra cui oltre al Gabbiani, Vincenzo De Stefano e Raffaele Girondi. Fu presente alla mostra di Belle Arti di Mi!ano del 1874 e all’esposizione Nazionale dei 1884 a Torino, dove il suo dipinto Donna col velo fu premiato e commentato molto positivamente ('Gazzettino artistico - letterario", Firenze, 1 agosto 1884). Oltre la Madonna del Suffragio per l'altare maggiore della chiesa dei Purgatorio nella città di Barletta, sono raccolti nel museo civico i suoi dipinti Zampognaro e figlia dei 1859 e l’Autoritratto del 1858, caratterizzati da una notevole propensione per il disegno e la resa plastica delle figure, elementi stilistici che lo renderanno maggiormente stimato come ritrattista di elevata qualità (a Barletta sono conservati sette suoi ritratti)  che come paesaggista; tematica, quella del paesaggio da lui solo sfiorata (si ricorda la Veduta dal ponte vecchio sull'Ofantoi, di notevole resa prospettica) e tutt’alpiù usata come sfondo per raffigurazioni più complesse (v. la raffigurazione di una scena della Disfida per il sipario del Teatro Curci di Barletta.  cfr.

·     Christine Farese Sperken,

      La pittura dell'Ottocento ìp Puglia, i protagonisti, le opere,  i luoghi,

      Mario Adda Editore, Bari 1996, Bari, 34, p. 186;

·     Paolillo, 1895;

·     Villani, 1904 pp. 188/89

·     Thieme-Becker, v, 1911, ad Vocem;

·     Cassandro, s.d. pp. 238-241;

·     Lucani, 1974, p.96;

 

[7] Oggi è nelle gallerie del Quirinale, mentre il bozzetto altrettanto delicato è conservato a Barletta , nel museo civico.

·Sorrenti, 1990, pp.88-89. 

 

 

[8] ] affermerà di essere “tornato a vivere solo nel 1895 dopo un viaggio a Garessio, culla dei suoi antenati, divagandosi 

 nelle gite al Piccolo San Bernardo, a Val d’Inferno, a Valsorda, a Sanrermo ed a Torino

 

[9] In suo onore pubblicherà un prezioso libro necrologico, illustrato con prefazione di Dalbono e con una Testa di Cristo di Francesco Jerace, incisione copiata dall’originale in marmo, donata alla signora Gabbiani dall’autore stesso il 19 marzo del 1909, conservata nella cappella gentilizia di famiglia.

 

[10] ] “che conversò a lungo coll’autore stringendogli per ben due volte, affabilmente la destra”  cfr. Echi e Commenti, p. 142.

 

[11] ] “che conversò a lungo coll’autore stringendogli per ben due volte, affabilmente la destra”  cfr. Echi e Commenti, p. 142.

 

[12] ] cfr. Echi e Commenti,  p.148.

 

 

[13] ] La prima personale del pittore  fu organizzata da lui stesso nel dicembre del 1925 presso la Galleria Colonna di Napoli sotto lo stimolo della modella  preferita.