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E’ ritratta frontalmente in primo piano una giovane donna
sorridente dal volto ovale e carnoso, ornato da cerchi dorati arricchiti
da monetine pendenti ai lobi delle orecchie; i capelli castani sono
raccolti in maniera informale in uno chinion
e divisi al centro da una scriminatura. La testa è inclinata verso
la spalla destra, le labbra dischiuse in un sorriso fino a far scorgere
i denti.
Indossa un abito da giorno azzuro con leggeri tocchi granata,
la pettorina è coperta da uno scialle rosso a fantasia bruna.
“
Dipingere per dipingere”, Virtuosismo dunque? No. La tecnica di
Giuseppe Gabbiani è un mezzo non un fine; nell’arte di questo maestro,
Arte ora possente, ora squisita vi è sempre un’anima che sogna,
un cuore che anela...”
Parole più vere non poteva esprimere che un amico e intenditore,
L. Postiglione. *
Il sentimento e la vera anima di Napoli e dei napoletani
è espressa in questo pastello, ricco di colore e spontaneità, lontano
dall’insegnamento del Calò, statico e ortodosso, vicino ormai al
venerato maestro Salvatore Postiglione*** depositario
dell’anima napoletana nella pittura popolareggiante che gli suggerisce
ormai l’uso di una tavolozza calda e pastosa, come già i suoi contemporanei
poterono ammirare.
Ma il tema preponderante di molti ritratti femminili è il
sincero sorriso e splendide sono a questo proposito le parole spresse
da un suo estimatore, il dott. Giovanni Brombeis: ”L’amore e l’ebbrezza dei sensi, l’assertismo
e la sua astrazione dalla vita terrena sono mirabilmente soffuse
dal Gabbiani sul riso delle sue donne. Il Gabbiani è un forte padrone
dell’anatomia del corpo umano e un fine conoscitore degli atteggiamenti
che in esso suscitano le varie passioni che vincono l’animo umano.
Una è la donna dipinta in tutte le sue tele; ma in ogni tela è un
riso diverso, soffuso d’una luce diversa, che gli dà l’esaltazione
d’amore, o romantica o religiosa”.**
*cfr. Echi e Commenti, p.53.
**cfr. Echi e Commenti, p.67
***Salvatore Postiglione (……….)
Artista stimato dai suoi contemporanei, morì all’età di quarantacinque
anni. Figlio d’arte, suo padre sosteneva la famiglia dipingendo
quadri religiosi; ma alla sua precoce scomparsa, poco più che ventenne,
lo lasciò a capo della numerosa famiglia. Salvatore frequentò per
breve tempo l’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove ebbe tra i
maestri suo zio Raffaele, valente e stimato disegnatore, studioso
delle opere di Raffaello. Tuttavia il giovane fu attratto maggiormente
dalla grande pittura del Seicento e come afferma il Dalbono nel
suo profilo critico “egli
sentiva Rubens nell’anima sua” (cfr. “La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX”, a cura di B. Croce,
Laterza, Bari, 1915, p. 143): infatti anche nelle tele meno riuscite
mostrerà uno slancio vivissimo, un chiaroscuro potente, la preoccupazione
della freschezza delle tinte e delle pennellate, il desiderio di
risolvere l’accordo sui bruni o sui rossi, sulla base di carnagioni
pallide. E fu infaticabile; pur malato, tremante, balbuziente, produsse
instancabilmente per sostenere la numerosa famiglia, passando dai
ritratti popolareggianti dei marinai che scendevano al porto dalle
navi estere e pagate poche lire, ai dipinti per le esposizioni di
Germania, intento a soddisfare le richieste che gli giungevano da
Berlino, Dusseldorf, Firenze e Corfù perfino dall’Imperatrice d’Austria,
piegandosi spesso a soggetti non confacenti alla sua indole, pur
di seguire il vento di questa o quella esposizione. Il suo punto
di forza furono i ritratti
femminili o le mezze figure
a soggetto (numerose le raffigurazioni di “monacelle”, come
in Suor Teresa, ne Le preci, nell’ Adelaide di Savoia); in queste opere,
dal potente chiaroscuro, sempre piene di vita e ricche di colore
e di effetto, aveva preso il posto di un altro celebre ritrattista,
Achille Tallarico. Ritratti esuberanti di vita, colore e poesia;
teste dipinte con frescezza e franchezza e incisività nei lineamenti.
Grande rilievo dava poi agli accordi di colore: ad esempio laddove
vi erano papaveri rossi, sceglieva un fondo ugualmente rosso, spesso
in contrasto con la voluttuosa stoffa bianca dell’abito delle modelle.
Si deve perciò concordare con lo stesso Dalbono il quale, nella
commemorazione letta nell’Istituto di Belle Arti di Napoli il 24
Maggio del 1907, sosteneva del Postiglione l’originalità stilistica:
“questo artista non é scolaro di nessuno. Niiente Palizzi, niente
Morelli, niente Fortuny”. Originalità e freschezza che doveva
aver colpito l’amico Giuseppe Gabbiani che ne fece il suo secondo
maestro, ricordando egli stesso in “Echi e Commenti”: “...i maestri insigni, di grata memoria, Giambattista Calò e Salvatore
Postiglione ai quali, dopo l’Ente Supremo, devo l’esito della mia
carriera.” (cfr. Echi e Commenti, p.148)
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