Scheda 30

TORRE DEL GRECO, TRA LE ROVINE DEL VESUVIO,

ALLE FALDE DEL VESUVIO, 1891

OLIO SU TELA

·       cm 19 x 30

·       stato di conservazione mediocre: piccola fenditura sul lato destro della tela;

caduta di materia pittorica in alto a sinistra.

·       iscrizioni sul retro: Torre del Greco / Tra le rovine del Vesuvio /

G. Gabbiani / 1891 (corsivo a pennello)

·       N.C.S. 16/00104514;

·       F.N. SBAAAS BA 140130/D

·       N. I. M /S : 1613 ( 253 Gabb.)

 


L’olio raffigura un vulcano fumante (il Vesuvio) che si staglia sul cielo terso; in basso oltre le falde verdi, si offre allo sguardo un paesaggio arido e bruno.

 

L’olio è trattato quasi come una tempera: senza fusioni tonali, il pittore ha rappresentato i vari elementi della natura con la stesse stesure piatte, passando dal tono uniforme del grigio-celeste del cielo, alla sagoma bruna del Vesuvio in eruzione, dove la fumata bianca viene rappresentata da un cono leggermente riscaldato dall’ocra rossa; le falde nella zona centrale sono ricoperte da una folta vegetazione di un verde intenso; la parte bassa e quarto piano della rappresentazione appare più movimentata, giocata su toni di diversa intensità di bruni appena spenti da colpi di grigio, a ricordo dell’eruzione che tutto ha consumato rendendolo cenere.

Questo dipinto, innovativo rispetto alla gran parte delle opere dell’artista, è certamente più vicino alle ricerche della pittura moderna, grazie alla scelta dell’essenzialità nella rappresentazione e all’uso di una tavolozza povera ed opaca.

Certo non possiamo azzardare paragoni colti (la grandezza di Cezanne - Aix-en-Provence, 1839/1906 - fu apprezzata soprattutto nell’ultimo periodo della sua attività sebbene le ricerche sulla forma sono proprio a cavallo degli anni ‘90)  con cui non può competere la pittura spesso mediocre del Gabbiani, ma la sua apertura culturale da grande collezionista d’opere d’arte e colto e curioso viaggiatore, probabilmente lo spingeva a sperimentare stili nuovi, essenziali e personali, sollecitato anche da ciò che ammirava nelle esposizioni italiane ed internazionali a cui spesso partecipava in prima persona.

In quest’opera il suo interesse è incentrato sulla costruzione della forma attraverso il colore, mediante pennellate piatte, con la perdita del contorno; risente perciò sicuramente della lezione del paesaggismo realista per il taglio fermo dei piani costruiti dalla luce che, sebbene mai netta, genera tuttavia i passaggi tonali nello stesso colore di base. Ma la sua modernità è comunque più vicina a un tipo di impasto corposo e a costruzioni rette dai volumi che saranno di Cezanne (e si deve sottolineare ancora una volta che il paragone col grande maestro è solo lo spunto per una visualizzazione di una determinata rappresentazione della forma), prive cioè della brillantezza dei colori, della purezza della complementereità delle pennellate da cui si genera la forma dei contemporanei postimpressionisti.

Come il grande padre della pittura contemporanea il Gabbiani, nella sua semplicità priva di compromissioni intellettualistiche, non potrà mai fare a meno della sensazione visiva, non potrà mai intervenire sulla tela se non al cospetto del vero; al pittore sta poi organizzare sulla tela lo spazio e le sensazioni che derivano dalla visione.

Per il grande Cezanne la sensazione, la realtà esterna non sarà mai separata da quella interna cioè dalla coscienza, trasformando così l’impressione dei sensi in pensiero concreto, sino ad arrivare a poter sostenere  teoricamente* le sue esperienze pittoriche (o tentativi come le definiva lui stesso), sino ad arrivare ad un tessuto coloristico risultante dalla divisione del colore locale nelle componenti calde e fredde (rossi-gialli, azzurrini) e dalla loro combinazione nel ritmo costruttivo delle pennellate; per Gabbiani si trattava di semplice sentire e casualità, naturalmente il ciclo di Torre del Greco è comunque la migliore sintesi di questo nuovo stile, in quanto, su un unico tema sviluppa molteplici interpretazioni, ispirato dal tempo e dai colori che di conseguenza assume il paesaggio.

 

* cfr. p. 138/ 140, G. C. Argan, L’arte moderna 1770/1970, Sansoni, Firenze, 1984