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Scheda 30 |
L’olio raffigura un vulcano fumante (il Vesuvio) che si staglia
sul cielo terso; in basso oltre le falde verdi, si offre allo sguardo
un paesaggio arido e bruno. L’olio è trattato quasi come una tempera: senza fusioni tonali,
il pittore ha rappresentato i vari elementi della natura con la stesse
stesure piatte, passando dal tono uniforme del grigio-celeste del cielo,
alla sagoma bruna del Vesuvio in eruzione, dove la fumata bianca viene
rappresentata da un cono leggermente riscaldato dall’ocra rossa; le falde
nella zona centrale sono ricoperte da una folta vegetazione di un verde
intenso; la parte bassa e quarto piano della rappresentazione appare più
movimentata, giocata su toni di diversa intensità di bruni appena spenti
da colpi di grigio, a ricordo dell’eruzione che tutto ha consumato rendendolo
cenere. Questo dipinto, innovativo rispetto alla gran parte delle
opere dell’artista, è certamente più vicino alle ricerche della pittura
moderna, grazie alla scelta dell’essenzialità nella rappresentazione e
all’uso di una tavolozza povera ed opaca. Certo non possiamo azzardare paragoni colti (la grandezza
di Cezanne - Aix-en-Provence, 1839/1906 - fu apprezzata soprattutto nell’ultimo
periodo della sua attività sebbene le ricerche sulla forma sono proprio
a cavallo degli anni ‘90) con
cui non può competere la pittura spesso mediocre del Gabbiani, ma la sua
apertura culturale da grande collezionista d’opere d’arte e colto e curioso
viaggiatore, probabilmente lo spingeva a sperimentare stili nuovi, essenziali
e personali, sollecitato anche da ciò che ammirava nelle esposizioni italiane
ed internazionali a cui spesso partecipava in prima persona. In quest’opera il suo interesse è incentrato sulla costruzione
della forma attraverso il colore, mediante pennellate piatte, con la perdita
del contorno; risente perciò sicuramente della lezione del paesaggismo
realista per il taglio fermo dei piani costruiti dalla luce che, sebbene
mai netta, genera tuttavia i passaggi tonali nello stesso colore di base.
Ma la sua modernità è comunque più vicina a un tipo di impasto corposo
e a costruzioni rette dai volumi che saranno di Cezanne (e si deve sottolineare
ancora una volta che il paragone col grande maestro è solo lo spunto per
una visualizzazione di una determinata rappresentazione della forma),
prive cioè della brillantezza dei colori, della purezza della complementereità
delle pennellate da cui si genera la forma dei contemporanei postimpressionisti.
Come il grande padre della pittura contemporanea il Gabbiani,
nella sua semplicità priva di compromissioni intellettualistiche, non
potrà mai fare a meno della sensazione visiva, non potrà mai intervenire
sulla tela se non al cospetto del vero; al pittore sta poi organizzare
sulla tela lo spazio e le sensazioni che derivano dalla visione. Per il grande Cezanne la sensazione, la realtà esterna non
sarà mai separata da quella interna cioè dalla coscienza, trasformando
così l’impressione dei sensi in pensiero concreto, sino ad arrivare a
poter sostenere teoricamente* le sue esperienze pittoriche (o tentativi come le definiva lui stesso), sino ad arrivare ad un tessuto
coloristico risultante dalla divisione del colore locale nelle componenti
calde e fredde (rossi-gialli, azzurrini) e dalla loro combinazione nel
ritmo costruttivo delle pennellate; per Gabbiani si trattava di semplice
sentire e casualità, naturalmente il ciclo di Torre del Greco è comunque
la migliore sintesi di questo nuovo stile, in quanto, su un unico tema
sviluppa molteplici interpretazioni, ispirato dal tempo e dai colori che
di conseguenza assume il paesaggio. * cfr. p. 138/ 140, G. C. Argan, L’arte moderna 1770/1970,
Sansoni, Firenze, 1984 |