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E’ raffigurato, con rapidi e confusi segni, un uomo
di mezza età con lunghi baffi, seduto col braccio sinistro poggiato
al margine di un tavolo.
Giuseppe Gabbiani scrive nel 1925: “per i giovani faccio conoscere che
oltre i savi insegnamenti dei miei Maestri (n.d.r. Giambattista
Calò e Salvatore Postiglione)
mi furono di grande giovamento i coscenziosi studi dal vero, i non
pochi viaggi e la lettura; e particolarmente, le riflessive visite
alle Esposizioni, Pinacoteche, Musei e Chiese; come pure l’amicizia
con grandi artisti. Forse per questo, e pel mio rigido carattere,
con l’aiuto di Dio, la mia onesta pittura, per quanto modesta, non
ha somiglianza alcuna con quella degli altri!!” *
Ebbene questo autoritratto dal segno efficace, moderno,
sebbene mostri delle incertezze, realizzato a cavallo tra i due
secoli e a Torino, patria delle Esposizioni Nazionali, non può che
essere la dimostrazione dell’eclettismo stilistico di Giuseppe Gabbiani.
L’artista, che ha sempre sfoderato nei suoi dipinti
e disegni una mano tradizionale legata agli insegnamenti classici
soprattutto nelle opere figurative, grazie alla sua sete di conoscenza,
”ruba“ qua e là lo stile ai suoi contemporanei, si apre al nuovo
(forse è azzardato vedere qualche analogia con i ritratti di Boccioni),
sperimenta spesso per il piacere di farlo, senza trovare però una
via stilistica coerente.
L’autoritratto fatto a quasi quarantanni ne dà l’immagine
di un uomo alla moda, proiettato verso il futuro, anche grazie allo
stile scarno, al segno violento e sintetico carico di dinamismo,
ben lontano dalla staticità degli altri ritratti ufficiali e non.
*cfr. p. 143, Echi e Commenti
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